Author Archives: Rino Fruttini

Le manifestazioni delle tifoseria perugina per il Perugia in serie B (maggio 2021)

Tutti
 
Mi domando chi è più fesso e fuori di ogni criterio di prudenza contro il contaggio pandemico: chi finora ha seguito e segue le raccomandazioni di distanza sociale, imposte per legge, o questi fanatici tifosi che festeggiano il Perugia Calcio in serie B in questo momento: ore 18,30 nell’acropoli di Perugia. Registro un brutto episodio di grave egoismo del mondo del calcio,verso coloro che ancora , e chissà per quanto dopo questa manifestazione di inciviltà, dovranno lottare contro il covid 19 ; che non è una squadra di calcio avversaria, vinta; ma ben altro.

A MARGINE DEL DOCUMENTO DI PROGETTAZIONE “NEXT GENERATION UE “, DEL COMUNE DI PERUGIA E DELL’UNIVERSITA’ DI PERUGIA

L’altro ieri il Sindaco Romizi, insieme ai sindaci dei comuni del Trasimeno, e con la supervisione accademica del Rettore dell’Università, in quel di Pretola, simbolo ecologico di acqua agreste, ha presentato il documento di progettazione , Perugia e lago Trasimeno, (vedi foto allegata) per ottenere il finanziamento del Next Generation UE, o altrimenti detto Recovery Plan. L’obiettivo era di dimostrare che Perugia, ovvero gran parte del fabbisogno della Regione Umbria può rivendicare almeno il 1,2% dei fondi ammessi per l’Italia dalla UE (totale. 209 miliardi di Euro), ovvero ca. 2,5 miliardi. Intanto in quelle lande tiberine dove da ragazzo andavo per scampagnate fuori porta , almeno da Monteluce (vedi il mio libro: “Quasi come Forrest Gump”) una foto campestre mostra gli artefici del documento, mentre lo presentano agli organi di comunicazione, social web compresi. Nel mio piccolo, dato che almeno quattro sono i miei progetti da tempo inviati al sindaco per la sua opportuna conoscenza , mi piace commentare questo lavoro,che va a dimostrare come il l’avant progetto di Comune di Perugia , Università di Palazzo Murena e lago Trasimeno abbia determinato un attesa previsionale di ca. 1.250 milioni di investimenti , dei quali circa il 40% a fondo perduto. Se , con la mia esperienza professionale di esperto economico e finanziario del MEF avessi dovuto impostare un progetto di tal fatta, volto a rilanciare , prima ancora che l’economia, quasi una catarsi sociale e dello spirito , dopo una guerra così nefasta, che ancora la stiamo combattendo/subendo , avrei stabilito una check list di priorità di civiltà ed etica, prima ancora che di immediata convenienza e ritorno reddituale degli investimenti pubblici. In primo luogo la persona, e le sue esigenze ed aspettative in materia di coscienza dello spirito, anche per diverse confessioni di fede; e poi di sanità del corpo , e di riconquista di spazi culturali, propri della scuola, delle arti, delle aggregazioni dello sport e del tempo libero. Poi avrei dedicato molta attenzione a migliorare la qualità della vita, verso quelle forme di economia green, ovvero progresso tecnologico ecocompatibile ed a facilitare il mood , ovvero il sentiment del cittadino, conquistando, sia per l’offerta che per la domanda della burocrazia, quelle forma di gestione digitali, volte a facilitare efficienza ed efficacia della PA , anche locale. Infine, come ente locale, avrei contribuito al progresso dell’economia cittadina dando manforte con l’ammodernamento della logistica, sia delle persone che delle merci, siano esse materie prime o prodotti finiti, volta a non provocare ingorghi e pericolosi “lead time” , ma semmai a semplificarne, con l’intermodalità,tempi e modalità di percorrenza . In ciò avrei svolto tutte quelle comunicazioni di pubblicità istituzionale, volte a dimostrare, anche a fini turistici, come giustamente è l’imprinting del documento del Sindaco Romizi e altri: “«Nella famosa città di Perugia, poiché le sue strade si estendono lungo i colli su cui sorge come la disposizione
delle dita di una mano, se il nemico volesse attaccarla in un angolo non troverà spazio in quel punto per fare l’assalto con molti uomini e, bersagliato come fosse ai piedi di una rocca, non resisterà al lancio dei dardi e alle incursioni.»
In questa sede non c’è spazio sufficiente per andare oltre nel commento. Debbo solo dire che esso, con l’impostazione per schede e settori i attività e/o aree urbane coinvolte, rispecchia alquanto la mia impostazione. Una sola osservazione al riguardo. Il minimetrò non è stato preso in considerazione. Come pure molti altri miei spunti, che evidentemente nè il Sindaco nè i suoi collaboratori avevano considerato. ” E mal gliene coglierà”. Poichè per certi interventi post pandemici sarà meglio essere presbiti visionari che non miopi pigmei. Ed io appartengo alla prima di queste due categorie. (vedi Link: (http://www.rinofruttini.it/…/sinossi-del-libro-come…/); (http://www.rinofruttini.it/…/per-lo-shopping-hub-in…/); (http://www.rinofruttini.it/2020/03/22/train-de-vie/); http://www.rinofruttini.it/…/quando-si-focalizza-un…/)

Un articolo sull’acropoli perugina e la sua desertificazione.

“Piove sul bagnato”. Ma non solo: “”Piove sul bagnato: lagrime su sangue, sangue su lagrime”. Chè Giovanni Pascoli ci aveva messo “del suo” nella metafora di un concetto: le disgrazie spesso non vengono mai sole. La desertificazione dell’acropoli di attività commerciali era iniziata ormai da un decennio. La pandemia ne ha accelerato le scansioni di chiusura di esercizi commerciali ed ha messo in luce un fenomeno: quello della riconversione di spazi di attività economiche: da commerciali di prodotti del sistema moda a quello della ristorazione del fast food mordi e fuggi: paninerie e bar. Si chiude il „Foot Locker“, un franchising di Corso Vannucci, e se ne aprono altri due, sempre in franchising in Piazza Matteotti e in Via Oberdan. Questa è la premessa, di un mio ragionamento che da tempo vado diffondendo, ma inutilmente diretto soprattutto a quella “turris eburnea” che è il palazzo del “Mal Consiglio” ovvero il Municipio perugino, attestato sul Sindaco. L’acropoli fu un mix di sedi residenziali, in sinergia socio-economica con i servizi ad essa contigui (commercio, artigianto, agricoltura di prossimità). Con l’espansione dell’Università, degli enti locali (regione) , della mobilità automobilistica privata, questo modello venne in crisi. Lo shopping , fino ad allora attrattivo dell’acropoli, venne meno perchè non poteva fruire del “drive in”, come nei centri commercilai che si sono formati nella periferia. Lo sviluppo antropologico ed antropico delle periferie, ha talmente sacrificato l’acropoli che ora siamo rimasti non più di mille, di residenti. Si è pensato alla mobilità alternativa , soprattutto ettometrica: Scale mobili e minimetrò. Ma nel contempo l’implementazioni dell’acropoli non si è nè rinnovata nè riconvertita, se non per i fast food . Per fortuna che ancora nel fine settimana c’è, come nel fenomeno agricolo degli storni, il “rientro”. Ma il nostro è molto simile a quello cittadino romano, degli storni a Piazza dei Cinquecento; con il guano che lasciano a terra e sulle auto in sosta, è un delirio. Si parla molto dei contenitori culturali che l’acropoli possiede e non sfrutta. Ma è una falsa opportunità. Perchè il problema non è il singolo contenitore, ma il modello che si vuol dare alla nuova antropia per l’acropoli. Essa deve partire dalla promozione di artigianato “casa&bottega nei 5 rioni”, a partire da quello più vocato, come quello di porta sant’Angelo ( vedi link:http://www.rinofruttini.it/…/sintesi-progetto-centro…/); e poi rendere l’acropili accessibile e attrattiva allo “shopping hub in” : link (http://www.rinofruttini.it/…/per-lo-shopping-hub-in…/); ed ancora trovare sinergie con l’agricoltura di prossimità . Vedi link: http://www.rinofruttini.it/2020/03/22/train-de-vie/. Ed ancora sviluppare la metro leggera delle Ferrovia Centrale Umbra, dalla piattaforma intermodala di Collestrada/Stazione di Ponte san giovanni, fino alla stazione di sant’Anna (http://www.rinofruttini.it/…/quando-si-focalizza-un…/. Poi che ne vuo, sapere di più legga i miai libri, in particolare . “Come sboccia un amore ed un mestiere nell’enclave casa& bottega del rione di Porta sant’Angelo).

A MARGINE DEL DOCUMENTO DI PROGETTAZIONE “NEXT GENERATION UE “, DEL COMUNE DI PERUGIA E DELL’UNIVERSITA’ DI PERUGIA

A MARGINE DEL DOCUMENTO DI PROGETTAZIONE “NEXT GENERATION UE “, DEL COMUNE DI PERUGIA E DELL’UNIVERSITA’ DI PERUGIA
L’altro ieri il Sindaco Romizi, insieme ai sindaci dei comuni del Trasimeno, e con la supervisione accademica del Rettore dell’Università, in quel di Pretola, simbolo ecologico di acqua agreste, ha presentato il documento di progettazione , Perugia e lago Trasimeno, (vedi foto allegata) per ottenere il finanziamento del Next Generation UE, o altrimenti detto Recovery Plan. L’obiettivo era di dimostrare che Perugia, ovvero gran parte del fabbisogno della Regione Umbria può rivendicare almeno il 1,2% dei fondi ammessi per l’Italia dalla UE (totale. 209 miliardi di Euro), ovvero ca. 2,5 miliardi. Intanto in quelle lande tiberine dove da ragazzo andavo per scampagnate fuori porta , almeno da Monteluce (vedi il mio libro: “Quasi come Forrest Gump”) una foto campestre mostra gli artefici del documento, mentre lo presentano agli organi di comunicazione, social web compresi. Nel mio piccolo, dato che almeno quattro sono i miei progetti da tempo inviati al sindaco per la sua opportuna conoscenza , mi piace commentare questo lavoro,che va a dimostrare come il l’avant progetto di Comune di Perugia , Università di Palazzo Murena e lago Trasimeno abbia determinato un attesa previsionale di ca. 1.250 milioni di investimenti , dei quali circa il 40% a fondo perduto. Se , con la mia esperienza professionale di esperto economico e finanziario del MEF avessi dovuto impostare un progetto di tal fatta, volto a rilanciare , prima ancora che l’economia, quasi una catarsi sociale e dello spirito , dopo una guerra così nefasta, che ancora la stiamo combattendo/subendo , avrei stabilito una check list di priorità di civiltà ed etica, prima ancora che di immediata convenienza e ritorno reddituale degli investimenti pubblici. In primo luogo la persona, e le sue esigenze ed aspettative in materia di coscienza dello spirito, anche per diverse confessioni di fede; e poi di sanità del corpo , e di riconquista di spazi culturali, propri della scuola, delle arti, delle aggregazioni dello sport e del tempo libero. Poi avrei dedicato molta attenzione a migliorare la qualità della vita, verso quelle forme di economia green, ovvero progresso tecnologico ecocompatibile ed a facilitare il mood , ovvero il sentiment del cittadino, conquistando, sia per l’offerta che per la domanda della burocrazia, quelle forma di gestione digitali, volte a facilitare efficienza ed efficacia della PA , anche locale. Infine, come ente locale, avrei contribuito al progresso dell’economia cittadina dando manforte con l’ammodernamento della logistica, sia delle persone che delle merci, siano esse materie prime o prodotti finiti, volta a non provocare ingorghi e pericolosi “lead time” , ma semmai a semplificarne, con l’intermodalità,tempi e modalità di percorrenza . In ciò avrei svolto tutte quelle comunicazioni di pubblicità istituzionale, volte a dimostrare, anche a fini turistici, come giustamente è l’imprinting del documento del Sindaco Romizi e altri: “«Nella famosa città di Perugia, poiché le sue strade si estendono lungo i colli su cui sorge come la disposizione
delle dita di una mano, se il nemico volesse attaccarla in un angolo non troverà spazio in quel punto per fare l’assalto con molti uomini e, bersagliato come fosse ai piedi di una rocca, non resisterà al lancio dei dardi e alle incursioni.»
In questa sede non c’è spazio sufficiente per andare oltre nel commento. Debbo solo dire che esso, con l’impostazione per schede e settori i attività e/o aree urbane coinvolte, rispecchia alquanto la mia impostazione. Una sola osservazione al riguardo. Il minimetrò non è stato preso in considerazione. Come pure molti altri miei spunti, che evidentemente nè il Sindaco nè i suoi collaboratori avevano considerato. ” E mal gliene coglierà”. Poichè per certi interventi post pandemici sarà meglio essere presbiti visionari che non miopi pigmei. Ed io appartengo alla prima di queste due categorie. (vedi Link: (http://www.rinofruttini.it/…/sinossi-del-libro-come…/); (http://www.rinofruttini.it/…/per-lo-shopping-hub-in…/); (http://www.rinofruttini.it/2020/03/22/train-de-vie/); http://www.rinofruttini.it/…/quando-si-focalizza-un…/)

Il Progetto di Giuseppe Garibaldi per il Tevere di Roma e le sagge obiezioni di Quintino Sella

Il Progetto di Giuseppe Garibaldi per il Tevere di Roma e le sagge obiezioni di Quintino Sella
Nel “Corriere dell’Umbria” dell’11 marzo 1875, ovvero circa 8 anni dopo le vicendegaribaldine sulla questione romana, e l’epopea dell’Agro Romano, quando Giuseppe Garibaldi era senatore del regno, viene riportato ancora una volta un suo progetto di irrigazione dell’Agro Romano mediante un canale alimentato dal Tevere. Nel 1875, arrivato a Roma come parlamentare, risuscitò l’idea di Cesare di deviare il corso del fiume presentando il progetto con un disegno di legge alla memorabile seduta della Camera del 26 maggio 1876. Il concetto era analogo a .a quello proposto da Giulio Cesare, come viene riferito da Plutarco:  il Tevere, anziché scorrere fra il Campo Marzio e il Campo Vaticano, veniva deviato fra il Campo Vaticano e i Gianicolo, per arrivare al mare vicino a Terracina, attraverso le paludi pontine. Il Mommsen, accennando a questa soluzione, osserva come Giulio Cesare mostrasse di volere sconvolgere la stessa natura.
Tale grandioso progetto mirava a tre risultati importanti: aumentare l’area fabbricabile nel centro di Roma, concedendo tutto il Campo Marzio per la costruzione di edifici pubblici e privati: sistemare le paludi pontine: congiungere Roma con un porto comodo e a1 tempo stesso sicuro; veniva tutelata Roma contro le inondazioni,
veniva dotata di un canale che ripristinasse le comunicazioni commerciali e
risolvere al tempo stesso, colla irrigazione, il risanamento dell’agro romano.
L’ipotesi suscitò gran dibattito, apparendo ad alcuni quasi blasfema, ma facendo
balenare, ad altri, il sogno di ritrovamenti smisurati di tesori, archeologici o propriamente preziosi, inabissati nel fiume lungo i secoli. Di tale suo progetto Garibaldi
ne parlò con Quintino Sella, ex ministro delle finanze ed allora deputato del
Parlamento. Da ministro delle finanze realizzò il pareggio di bilancio. Nel 1876,
senza più incarichi politici di rilievo, Sella tornò ad occuparsi in maniera più attiva
del lanificio di famiglia, dopo la morte del fratello Giuseppe Venanzio. Era molto
amico di Garibaldi. Ed ecco il reportage dal titolo:
Sella e i progetti di Garibaldi
Un corrispondente della Neue Freie Presse le invia da Roma una lunga relazione su di una conversazione da lui avuta con Quintino Sella, accompagnandola con vari cenni di particolare encomioper questo illustre statista italiano. Noi ne riproduciamo il seguente brano, che riteniamo di maggiore
interesse per il pubblico, poiché in esso, sulla fede del corrispondente tedesco, sono esposte
le idee con cui Sella giudica il progetto di prosciugamento dell’Agro Romano. Pertanto dunque a
discorrere su tale argomento, con un accenno all’invito che egli ebbe da Garibaldi di porsi a capo
della grande intrapresa, il Sella avrebbe risposto: “Sfortunatamente ho dovuto rifiutare, perché non
mi riuscì di accordare con la mia persuasione le vedute del generale, il cui generoso spirito patriottico
tutti ci colma di grande ammirazione. Il generale ha la sua idea fissa; il suo piano consiste,
per dire in breve, nella costruzione di un canale di Tevere al mare. Esso dovrebbe essere lungo
trentamila metri, largo cento e dieci metri profondo, cioè 30 milioni di metri cubi di escavazione,
che calcolati ad una lira importerebbero 30 milioni di lire. Secondo i calcoli di Garibaldi, occorrerebbero
adunque 30 milioni di lire all’impresa. Ora, in questi calcoli non sono punto prevedute
le eventuali difficoltà del terreno, si può incontrare dei punti in cui si renda necessario uno scavo
maggiore e di quelli ove necessiti empimento. In entrambi i casi ne conseguirebbe un notevole
aumento di spesa. Oltre ciò alla foce del canale, presso Fiumicino si dovrebbe costruire un porto;
da ultimo occorrerebbe la formazione di un capitale per assicurare la costosa manutenzione del
canale-le spese in una parola risulterebbero incalcolabili, ed io non garantirei che, non 40 o 50
ma forse più di 100 milioni sarebbero necessari all’esecuzione del progetto di Garibaldi. Dovendosi
una volta spendere tanto denaro è bene ragionevole la domanda, se poi l’utilità dello scopo
vi corrisponderebbe. Ma anche in ciò purtroppo debbo essere di contraria opinione al generale;
noi avremmo un canale ma non bastimenti che lo navigano; una nuova via commerciale ma non
commercio: la concorrenza con Livorno non potrebbe essere sostenuta da Roma, e la produttività
dell’Agro Romano, per quanto abbondante possa essere, non basterebbe ad alimentare da sola la
via commerciale… D’altronde col canale solo, si sarebbe fatto ben poco. Noi abbiamo calcolato già
nell’anno 1870 ciò che costerebbe ridurre Roma allo stato di una moderna capitale: una somma
favolosa. Un Governo, che già due volte si tramutò di residenza, trascinandosi dietro un grandioso
meccanismo amministrativo, si vede obbligato a spese di cui non si può avere idea altrove. In Roma
stessa sono maggiori le spese di Governo che non lo erano al tempo del Papa; un regime secolare
costa più che un regime ecclesiastico. Un monaco non spende quanto una famiglia d’impiegato. Un
Governo di preti fa ancho meno per iscopi morali, per scuole, istituti scientifici ed altro. Abbiamo
calcolato che ad ogni trasporto di capitale la seguivano circa 60 mila persone, gente della Corte, impiegati,
banchieri, commercianti. Questo fu il numero, allorché andammo a Firenze; eguale quando
venimmo a Roma. Or si pensi una città ad un tratto invasa da 60 mila uomini! Roma in cui la vita
era così a buon mercato, da un giorno all’altro divenne una città oltremodo cara, le pigioni soprattutto
salirono rapidamente a prezzi straordinari. Una penosa penuria di abitazioni era inevitabile.
Perciò io sostengo che la prima cosa da farsi è di fabbricare case per i 60 mila individui che qui
giunsero alle calcagna del Governo. Si tratta di dover fondare una vera città ed è facile il calcolo di
quello che questa città costerebbe: per 60mila persone occorrono 60 mila camere; la costruzione di
una camera costa 4.000 lire, per cui avremo un importo di 240 milioni. Spese di studi preliminari,
piani ed altro, 60 milioni; in tutto 300 milioni. Una volta costruita la nuova Roma e ampliata la capitale
italiana ad una città abitabile: allora possiamo rivolgere le nostre cure al contado. Deve essere
regolato il corso del Tevere, ed a ciò fare non occorrono meno di 100 milioni; deve essere fatto
innanzi tutto qualche cosa per il miglioramento dell’Agro Romano, e fra tutte le imprese questa sarà
la più difficile e costosa. Per concludere: onde fare di Roma un centro di attrazione, per tramutare
la campagna circostante in condizioni rispondenti ad una capitale, non occorre meno, secondo i
nostri calcoli di mille cinquecento milioni.”
Se le parole del corrispondente del giornale viennese sono vere, si vede che il Sella non è di massima
avverso al progetto di Garibaldi, ma che lo giudica dal punto di vista dell’opportunità, come
un’impresa intempestiva. Secondo il finanziere italiano, la regolazione del Tevere ed il prosciugamento
dell’Agro Romano è un’opera colossale che ha d’uopo di essere maturata dal tempo e che
soverchia di troppo le forze di cui può disporre al presente l’Italia. Non sempre, è vero, la logica
delle cifre è la più saggia; ma pure, di fronte ad intraprese come quella progettata dall’idea generosa
del generale Garibaldi, anche il patriottismo deve patteggiare col calcolo!

Post in Face Book Accadde oggi. 1 anno fa Rino Fruttini.PER UNA RIFORMA DI EUROCHOCOLATE

Accadde oggi
1 anno fa
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PER UNA RIFORMA DI EUROCHOCOLATE
Fra qualche mese inizierà la solita liturgia di allestimenti di stand , tendopoli , merchandising, promozioni. Sarà giunta l’ora fatidica della 26esima edizione di EUROCHOCOLATE. La possiamo definire come vogliamo: una manifestazione di massa, un evento monotematico, un festival del cioccolato, per soddisfare la gola di grandi e piccini ; che è appunto il suo target group di successo. Ed il successo anche quest’anno sarà assicurato. Con il minimetrò che per quei dieci giorni avrà raggiunto il “picco” di utenze; con gli standisti che, indirettamente, fatturando i loro prodotti al prezzo all’ingrosso (perché la società di Eurochocolate è l’ultimo anello della fatturazione del processo economico che sottende la manifestazione) avranno realizzato il loro margine di profitto; con il Comune di Perugia che avrà racimolato qualche entrata aggiuntiva al suo “magro bottino” di esattore. Ma “il resto è silenzio “.
I commercianti dell’acropoli non mi pare siano coinvolti in tale formula di festival del cioccolato. Nè gli artigiani, cioccolatieri locali compresi : solo tre o quattro , rispetto agli oltre 130 espositori provenienti dalle altre città. Probabilmente gli arrivi e le presenze extralberghiere, bed&breakfast e agriturismo del turismo “incoming” possono avere dei vantaggi. Si dice, con qualche illusione, che in tal modo Perugia e la sua acropoli diviene attrattiva. Tale fenomeno, circoscritto all’acropoli, è come una meteora, arriva improvviso e con la stessa velocità se ne va, senza lasciar traccia. Mi sono divertito con l’indice statistico del Bravais di trovare una correlazione, in termini socio economici, fra Eurochocolate e le sue ricadute sul tessuto economico cittadino nell’ultimo decennio. Ma i segnali sono molto fiochi. Ergo, senza rischiare di penalizzare questa creatura della Famiglia Guarducci, con facili o demagogici moralismi del tipo “cui prodest”, vediamo invece di riposizionarla, in chiave di sinergie con i veri, ma sempre originali ed atavici , interessi cittadini.
Mi si consenta un riferimento alla manifestazione su Braccio Fortebracci , “Perugia 1416”. Essa coinvolge tutta la città, insieme ai cinque rioni, con sfilate storiche, gare, danze, canti. Si è sviluppata una sorta di identità dei “borgaroli” alla loro storia e per alcuni anche alla loro residenza, da sempre. Ebbene, da tale esperienza anche la strategia e l’organizzazione di Eurochocolate dovrebbe trovare qualche buono spunto, a migliorare in qualità di proposta e di efficienza nella logistica, l’andamento organizzativo e di resa nella soddisfazione delle decine di migliaia di turisti , sebbene stereotipo del mordi e fuggi nei dieci giorni cioccolatieri.
La formula di Eurochocolate va estesa non solo geograficamente ma anche tematicamente. Capisco le esigenze del Patron del festival, Eugenio Guarducci, di tenere sotto controllo del suo organigramma gerarchico-funzionale la manifestazione e difenderla da ogni interferenza e/o contaminazione di terzi . E pur tuttavia egli deve capire che se per ben un mese e mezzo, fra allestimenti, gestione degli stand, manifestazioni e disallestimenti degli stand,tutta l’acropoli, ed i residenti in primo luogo devono sopportare tale dinamica inconsueta, perché propria di aree dedicate alla fiere e non di contesti medievali, è bene che accolga di buon grado proposte di estensione geo-logistica e diversificazione merceologica, se non addirittura di processo artigianale/commerciale geograficamente ma anche tematicamente cointeressato.
Geograficamente, la prendo sotto un profilo storico-culturale, significa che i “loci “ della manifestazione vanno intesi secondo il concetto di Cicerone. Egli creava dei percorsi all’interno di spazi che lui conosceva (casa sua, la strada per andare in Senato, e via dicendo); identificava in ciascun percorso, una dopo l’altra, delle “stazioni” o stanze. Associava ad ogni stazione una delle immagini che doveva ricordare. In questa maniera era in grado di passare in maniera ordinata da un concetto al successivo, mentre “camminava” cerebralmente nel percorso che si era creato mentalmente. “Aveva avuto insomma, 2 mila anni prima dello sviluppo delle neuroscienze, la grande intuizione di capire che abbiamo 2 memorie, una di lungo termine e una di breve termine.”
Ebbene i loci di Eurochoclate li vedo in funzione di aree geografiche del Centro Storico e della sua memoria che non si limitino solo all’acropoli, ma si estendano anche ai 5 rioni. Non solo, ma i “loci” dovranno essere anche quelli di carattere “funzionale”, deputati ad indispensabili attività ricreative e culturali che solo nel recupero dei locali ormai dismessi o inoperosi, come Il Turreno, il Lilli, l’Auditorium di San Francesco al Prato , Il Pavone si potranno registrare le loro performance . Ed ancora, i loci saranno anche quelli dove gli operatori della pasticceria e comunque del forno, in tutte queste aree geografiche, potranno manifestare la loro capacità di expertise e creatività pasticcera e di abbinamenti, con bevande di provenienze locale al seguito. Faccio un piccolo esempio. Mio nepote nel suo podere, nella campagna perugina di prossimità ha realizzato ottime marmellate da ciliegi selvatici, prugne selvatiche, more di rovo; ed ancora ottimi liquori a base di ginepro e di bacche di rosa canina.
Essendo la strategia di coinvolgere tutto il Centro Storico,negli effetti di indotto culturale e manifatturiero ed anche di ritorno di immagine di “buona qualità della vita” che da esso promana, l’obiettivo che ne consegue sarà di contare sugli arrivi di queste decine di migliaia di visitatori i quali non più nella fretta del “mordi e fuggi”, potranno divenire turisti , perché convinti a presenze un po’ più estese nella giornata, se non diluite in giorni di permanenze.
Vedo uno dei “loci” più vicini all’acropoli ed agli svincoli della logistica, nella ex Piazza D’Armi, per la parte ormai dismessa dei campi da bocce. Un pianoro una volta piuttosto esteso, ricco di storia ,appena fuori le mura. Prima del campo di calcio e di atletica leggera, fu addirittura uno slargo di sperimentazioni aviatorie di decollo ed atterraggio nei primi del ‘900, . Ed ancora la piazza a fianco della stazione di Sant’Anna, oggi posteggio per auto; e la Piazza del Bacio a Fontivegge, chiostro del Broletto; e lo spazio all’aperto sopra il parcheggio di Piazzale Europa. E più sopra il piazzale di fronte alla Fondazione “Istituto di Formazione Culturale S. Anna”; ed infine il Frontone. Senza trascurare le magnifiche piazza e chiese dei rioni: Piazza Lupattelli della Chiesa di Sant’Agostino, e vicino al Cassero, l’esterno della Chiesa di Porta Sant’Angelo; gli spazi erbosi di san Francesco al Prato; e con poche centinaia di metri percorsi a piedi, come d’altra parte per raggiungere tutti i rioni, si giunge a Monteluce, con le sue piazze ed i suoi meravigliosi scorci della Perugia vecchia compreso quello che da borgo XX Giugno, con le chiese ed i campanili di San Domenico e San Pietro che svettano su tutte, prosegunedo da sinistra a destra ci fa vedere il colle più alto di Perugia: Porta sole, “onde Peroscia sente freddo e caldo”.
L’estensione di Euchocolate a buona parte del Centro Storico non sarà sporadica, occasionale, ma strutturale come localizzazione dei “loci”, e permanente come focalizzazione di opportunità non peregrine ma consolidate, e pervasiva come estensione di impegno, alle varie componenti delle aggregazioni di cittadini e di iniziative di operatori economici, del manifatturiero e del commercio nei rioni.
Uno scenario della Nuova Eurochocolate, visto in tale ottica, avrà bisogno di essere realizzato per gradi e secondo idee e programmi fattibili, che coinvolgano soggetti creativi e dinamici , in affiancamento al patron di Eurochocolate ed alla sua direzione. Il quale in tal modo vedrà ancora di più estese le sue competenze ed “a fare business” anche con altri operatori perugini.
“E questa sarà la carta vincente per un rilancio del Centro Storico, perugino, BELLEZZA” !! Un auspicio formulato secondo la metafora di successo di Humphrey Bogart nel film Casablanca.
Perugia, 11 Febbraio 2020
Rino Fruttini

Una sintesi della logistica intermodale per il centro storico

Posso dare un contributo di chiarezza alle questioni ancora aperte di un collegamento ferroviario decente. Lasciamo perdere, per carità di patria, la eclatante “Alta velocità” su tratte a binario unico costruite nel lontano 1866. Basti considerare l’incredibile ansa Ellera, stazione di Perugia-Fontivegge. Per esperienza da ultra decennale viaggiatore pendolare, sia verso Milano che Verso Roma, posso affermare che l’unica soluzione, per evitare ancora una volta beghe polemiche da umbri-perugini provinciali e per di più scornati da continui piccoli e miopi progetti, poi abbandonati a se stessi, mancandone i requisiti di fattibilità tecnica ed efficienza funzionale rispetto al bacino d’utenza, posso affermare dunque che l’unica soluzione è il raddoppio dell’intera tratta Terontola-Foligno e quel che rimane della Foligno-Orte. La linea va non solo raddoppiata ma ammodernata in modo che la velocità media dei convogli sia almeno 220 Km/h. In tal modo il bacino d’utenza sarà attivato sia per i pendolari baricentrici per 50-100-150 Km, e sia per coloro che debbano raggiungere per diporto o per lavoro “una tanum” città importanti come Roma, Firenze, Bologna, Milano; ed anche l’aeroporto di Fiumicino. Talché anche questo orpello di nostre grandeur, l’aeroporto di Sant’Egidio intendo, non continui a registrare perdite, senza una prospettiva di centralità strategica. Ricordo che Chiusi è stata riconosciuta fermata dell’alta velocità Milano-Roma per servire le utenze di Chianciano e Siena. Terontola potrebbe divenire facilmente stazione di collegamento con Firenze, Bologna, Milano sia di Perugia, che Siena, e Chianciano, avendone ben valutate le rispettive convenienze e sinergie logistiche. Per Roma poi , e l’hub di Fiumicino, il raddoppio della ferrovia sarebbe provvidenziale, in modo diretto ai nostri scopi. Se si elabora un conto economico di lungimiranza strategica, si comprenderà come i costi di tale soluzione siano ben più conveniente che non l’insieme di sporadiche soluzioni spot come quelle di altre linee non sicuramente proporzionali al bacino d’utenza come quello esistente baricentrico all’asse Terontola-Perugia-Foligno–Roma. Una volta potenziato con in due binari esso sarà attrattivo e gravitazionale per tutte le altre utenze potenziali dell’Umbria, medianti collegamenti intermodali. https://www.perugiatoday.it/…/progetto-velocizzare…

Recensione del libro di Fausto Pelliccia: “Ponte D’Oddi com’era na volta”

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Fausto Pelliccia è un perugino talmente d.o.c., per la sua residenza di cittadino di Perugia e la sua storia di abitatore di campagna, che riesce a interpretare tutti i benefici dell’una e dell’altra condizione. Ponte D’Oddi, dal nome della famosa nobile famiglia perugina, è un lungo crinale solare, proteso nord , nord-ovest, verso il MonteTezio. Se ne individua il lungo percorso, partendo da Piazza Grimana, risalendo per tutto Corso Garibaldi , ed una volta usciti dalla Porta Sant’Angelo, detta anche “de la salaia” , magazzini medievali del sale, la prosecuzione del crinale della quinta porta perugina giunge fino all’incrocio con la strada che porta ai Rimbocchi. Questa passeggiata di poco più di tre chilometri, consente dapprima una “full immersion” nella Lungara, la vecchia via spina dorsale del rione di Porta Sant’Angelo , e poi la vista di panorami bellissimi: salendo ad est il Subasio, monte Bagnolo e le campagna che degradano verso il Tevere; ad ovest , le colline dei “lignatici”di Monte Malbe, la Trinità , e la strada dei Conservoni dell’acquedotto di Monte Pacciano, che portava l’acqua fino alla fontana MAGGIORE .
Ebbene su questi declivi della campagna perugina, ma contigua al rione di Porta Sant’Angelo si è organizzata, soprattutto nell’ultimo secolo una comunità di perugini con forti connotazioni familiari,sociali, religiose ed economiche. Fausto Pelliccia ne ha intervistati nel suo libro “ Ponte d’Oddi com’era una volta “ ben 120, rappresentanti di altrettante famiglie che andavano a implementare una piccola area di paese, quella del crinale, ma una vasta area di campagna del circondario. E questi cittadini-contadini che al momento delle interviste, negli anni 2004 -2015 erano di età compresa fra i 60 e gli 80 anni ed oltre, raccontano aneddoti della loro vita; esperienze familiari, amicizie intraprese e poi consolidate; e quasi sempre l’evoluzione di simpatie amorose, concluse felicemente con un matrimonio e con una progressione di nascite a partire da quattro sei figli nel dopoguerra, fino ai due figli ad appena un lustro da ora, danno il chiaro segnale di come l’acquisito benessere, non fosse un segnale di incremento demografico, ma al contrario. Quasi a voler dimostrare che la maggiore consapevolezza della natalità, andava vissuta in un nucleo familiare sempre più contenuto. Ponte D’Oddi e dintorni , con i suoi fedeli “abitatori” faceva perno su una intensa vita sociale. Innanzi tutto la famiglia. Che fosse incentrata su una forma di conduzione a mezzadria , od a coltivazione diretta , sul podere e le sue risorse , la famiglia, o più famiglie ci campavano. Non solo, ma procuravano al padrone le sue spettanze e , se coltivatori diretti, riuscivano anche a mettere da parte qualche soldino per le generazioni future. La famiglia era benedetta da Dio, in una cerimonia di Matrimonio celebrato in chiesa. Ed il riferimento alla Chiesa di santa Caterina Vecchia è sempre ricorrente nelle testimonianze degli intervistati. Così pure le Comunioni , le Cresime dei figli ; le processioni, quella dell’Ottavario dopo Pasqua la più popolare, con le occasioni sociali di balli , canti, teatrini organizzati da una compagnia di attori che ancora oggi Fausto Pelliccia riesce a far rappresentare in esilaranti commedie in vernacolo. Dalle interviste emerge, dal dopoguerra fino all’ultima decade degli anni novanta l’evoluzione delle attività economiche. Prima esclusivamente agricole, di un’economia agricola mista, in cui la casa colonica ed il podere erano il nerbo di coltivazioni di grano, della coltura della vite e dell’olivo e dell’allevamento di avicoli e cunicoli. Erano la garanzia della sopravvivenza. E tutte le componenti della famiglia,fin dalla verde età di sette otto anni dovevano contribuire allo sviluppo del reddito del nucleo. Momenti “topici” dell’intrapresa contadina erano la mietitura e battitura del grano, la vendemmia e la raccolta e molitura dell’oliva. Tutte le testimonianze dei 120 intervistati, di età dai 65 agli 80 anni ed oltre ricordano con grande nostalgia quei momenti, non solo di fatica, ma anche di soddisfazioni nel toccare con mano il risultato di un lavoro che non conosceva pause o consentiva distrazioni. Accanto al lavoro dei campi, Ponte D’Oddi conosceva anche quello dell’indotto: i maniscalchi, le mercerie, il frantoio, il molino, il sarto, il barbiere, il bar “Sali & tabacchi”….E quello del tempo libero: il ballo ai saloni della Torre Sant’Angelo, il gioco delle bocce e del ruzzolone, il biliardo, le corse podistiche e in bicicletta. Tutte occasione a far nascere forti simpatie amorose ed amicizie durature. La religione , con la chiesa il prete- parroco, e la scuola con la maestra sono ricordi indelebili nei simpatici vecchietti , narratori della propria vita; e le fotografie che li rappresentano nel libro ne sono documento ineccepibile.
C’è una costante in tutte le interviste che Pelliccia è riuscito a raccogliere: il passaggio del fronte della seconda guerra mondiale. Nel giugno del 1944 le truppe tedesche emaciate e sfinite si ritiravano da Perugia, per riparare al nord nella Repubblica Sociale Italiana, ultimo baluardo del nazifascismo. I tedeschi erano tallonati dagli alleati: truppe inglesi e soldati indiani delle loro colonie. Per cui anche gli abitanti di Ponte D’Oddi e dintorni si ritrovarono in casa , ospiti imprevisti e non certo desiderati, questi soldati; dei quali ormai non era chiaro chi fosse l’alleato e chi il nemico. Per fortuna dagli episodi raccontati, non sembra che vi furono soverchierie eclatanti. Semmai conseguenze di sparatorie e cannoneggiamenti , con danni materiali, anche importanti alle case di Ponte D’Oddi.
Col passare degli anni dai racconti dei testimoni si rileva l’evoluzione dei costumi e della società. Il reddito familiare non deriva più soltanto dall’attività agricola del podere, ma da occasioni di lavoro che le industrie nate e cresciute nel dopoguerra offrivano: Saffa Fiammiferi, Perugina Cioccolato, Piccini Officine, Spagnoli , Sicel, Telefoni di Stato e poi Telekom,Enti locali …Ed ancora , la motorizzazione , non solo di linea: rimarrà famoso il Postale della Canestrelli, ma privata con motori e motorette, Vespa e Lambretta; ed ancora le quattro ruote, la Cinquecento e la Seicento Fiat in particolare. Nella memoria di quest’appendice del Borgo di Porta San’Angelo rimane nitida la poetica di questa campagna perugina , con l’intercalare delle stagioni, il freddo dell’inverno nelle veglie intorno al focolare, o della tiepidezza del “prete” con lo scaldino nel letto; il caldo soffocante delle mietiture e battiture nell’aia, fra un bicchiere di “trubbianello” e l’altro a dissetare gli astanti, tutti organizzati in una mastodontica linea di produzione: gregne, barcone, tramoggia, finalizzate a produrre grano in sacchi, pula per la stalla, e fieno a formare il pagliaio per l’alimentazione dello strumento fondamentale per lavorare la terra: un paio di “bovi” che trainano il vomero o altri strumenti di lavoro.
Ecco in sintesi il bel libro di Fausto Pelliccia che consiglio di leggere agli amici di FB. Nelle foto: la copertina del libro; una delle foto più significative e simpatiche dei giovani abitatori di Ponte D’Oddi degli anni ’60.

Copertina I due forchini Bisello dal libro di Pelliccia

Il ministro dell’economia Roberto Gualtieri …..

Il ministro dell’economia Roberto Gualtieri , dopo la pubblicazione dell’ultimo decreto sul rilancio dell’economia ha iniziato il giro delle “sette chiese” massmediatiche: Rai, Mediaset, La7. La musica e lo spartito sono i soliti. Si raccolgono le proteste delle varie categorie produttive della comunità nazionale. E si stigmatizzano i ritardi delle erogazioni ai beneficiari. La burosaurocrazia imperversa. Il quadro è chiaro. Non c’è una categoria che non abbia ricevuto o stia per ricevere “cassa integrazione guadagni”, contributo forfettario una tantum, azzeramento o riduzione e/o rimodulazione di imposte o tasse, mutui a tasso agevolato e garantiti dallo Stato, ristori vari e articolati per le varie poste contabili del conto economico aziendale.
Non sara facile recuperare lo standard di vita cui siamo abituati, senza sacrifici rilevanti.
E veniamo al fenomeno della crisi come si presenta nell’acropoli perugina. In prima linea le vittime più colpite sono quelle della ristorazione: dei fast food nati come funghi negli ultimi anni. L’iniziativa privata va dove l’imprenditore stima che ci sia una domanda, adeguata per il proprio business. Egli calcola il rischio di impresa, che emerge nella competizione, i “costi di costruzione” del suo investimento patrimoniale e piano di ammortamento per recuperarli, almeno in cinque anni di attività, possibilmente a regime dopo i primi due anni di esercizio. L’acropoli perugina, in seguito ai successi di festival e sagre di grande richiamo di gente del fine settimana, è stata percepita dagli imprenditori del fast food come un mercato di buona ricezione della propria offerta. Ma è evidente che come viene meno tale afflusso di acme congiunturale festivaliero, cade tutta l’impalcatura del piano di marketing che l’imprenditore si era costruito.
L’errore delle giunte comunali degli ultimi decenni è stato quello di aver illuso le prospettive di intrapresa dei soggetti sopradetti, con una politica di agevolazione all’incontro dell’ offerta del fast food, verso la domanda del “mordi e fuggi”. In tal modo è venuta meno una prospettiva di consolidamento di categorie di abitatori residenziali, in un ambito di comunità integrata di offerta artigiana, di attività commerciali, legate anche al tessile abbigliamento, con la maglieria, della quale Perugia è un distretto propulsivo. La ristorazione avrebbe avuto “ristoro” da una domanda legata anche al turismo alberghiero ed extra alberghiero, collegato anche ai festival , progettati e organizzati secondo un palinsesto non vincolato al massivo flusso del “mordi e fuggi”. Avremmo avuto dunque una ripartizione del rischio, a fronte del quale, una pandemia di tal fatta, non avrebbe provocato la desertificazione di queste “lande paesistiche cittadine” perché almeno un 10.000 residenti, avendo recuperato gli antichi “loci”medievali , opportunamente e creativamente riadattati alle esigenze della domotica, ne avrebbero garantito la sopravvivenza.
Ammesso che si voglia ritornare, pedissequamente, ai vecchi schemi dei flussi dei passeggeri festivalieri e degli attavolamenti estivi e della soddisfazione degli incontenibili bisogni del mordi e fuggi, ci vorranno almeno due anni per recuperare lo standard “ante quo”.
Mi domando allora se non valga la pena impostare un progetto di riconversione di tali attività, verso l’artigianato del tessile abbigliamento o di altri comparti del sistema moda, nel quale Perugia ha dimostrato più di una volta di avere le giuste potenzialità.