Recensione del libro di Fausto Pelliccia: “Ponte D’Oddi com’era na volta”

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Fausto Pelliccia è un perugino talmente d.o.c., per la sua residenza di cittadino di Perugia e la sua storia di abitatore di campagna, che riesce a interpretare tutti i benefici dell’una e dell’altra condizione. Ponte D’Oddi, dal nome della famosa nobile famiglia perugina, è un lungo crinale solare, proteso nord , nord-ovest, verso il MonteTezio. Se ne individua il lungo percorso, partendo da Piazza Grimana, risalendo per tutto Corso Garibaldi , ed una volta usciti dalla Porta Sant’Angelo, detta anche “de la salaia” , magazzini medievali del sale, la prosecuzione del crinale della quinta porta perugina giunge fino all’incrocio con la strada che porta ai Rimbocchi. Questa passeggiata di poco più di tre chilometri, consente dapprima una “full immersion” nella Lungara, la vecchia via spina dorsale del rione di Porta Sant’Angelo , e poi la vista di panorami bellissimi: salendo ad est il Subasio, monte Bagnolo e le campagna che degradano verso il Tevere; ad ovest , le colline dei “lignatici”di Monte Malbe, la Trinità , e la strada dei Conservoni dell’acquedotto di Monte Pacciano, che portava l’acqua fino alla fontana MAGGIORE .
Ebbene su questi declivi della campagna perugina, ma contigua al rione di Porta Sant’Angelo si è organizzata, soprattutto nell’ultimo secolo una comunità di perugini con forti connotazioni familiari,sociali, religiose ed economiche. Fausto Pelliccia ne ha intervistati nel suo libro “ Ponte d’Oddi com’era una volta “ ben 120, rappresentanti di altrettante famiglie che andavano a implementare una piccola area di paese, quella del crinale, ma una vasta area di campagna del circondario. E questi cittadini-contadini che al momento delle interviste, negli anni 2004 -2015 erano di età compresa fra i 60 e gli 80 anni ed oltre, raccontano aneddoti della loro vita; esperienze familiari, amicizie intraprese e poi consolidate; e quasi sempre l’evoluzione di simpatie amorose, concluse felicemente con un matrimonio e con una progressione di nascite a partire da quattro sei figli nel dopoguerra, fino ai due figli ad appena un lustro da ora, danno il chiaro segnale di come l’acquisito benessere, non fosse un segnale di incremento demografico, ma al contrario. Quasi a voler dimostrare che la maggiore consapevolezza della natalità, andava vissuta in un nucleo familiare sempre più contenuto. Ponte D’Oddi e dintorni , con i suoi fedeli “abitatori” faceva perno su una intensa vita sociale. Innanzi tutto la famiglia. Che fosse incentrata su una forma di conduzione a mezzadria , od a coltivazione diretta , sul podere e le sue risorse , la famiglia, o più famiglie ci campavano. Non solo, ma procuravano al padrone le sue spettanze e , se coltivatori diretti, riuscivano anche a mettere da parte qualche soldino per le generazioni future. La famiglia era benedetta da Dio, in una cerimonia di Matrimonio celebrato in chiesa. Ed il riferimento alla Chiesa di santa Caterina Vecchia è sempre ricorrente nelle testimonianze degli intervistati. Così pure le Comunioni , le Cresime dei figli ; le processioni, quella dell’Ottavario dopo Pasqua la più popolare, con le occasioni sociali di balli , canti, teatrini organizzati da una compagnia di attori che ancora oggi Fausto Pelliccia riesce a far rappresentare in esilaranti commedie in vernacolo. Dalle interviste emerge, dal dopoguerra fino all’ultima decade degli anni novanta l’evoluzione delle attività economiche. Prima esclusivamente agricole, di un’economia agricola mista, in cui la casa colonica ed il podere erano il nerbo di coltivazioni di grano, della coltura della vite e dell’olivo e dell’allevamento di avicoli e cunicoli. Erano la garanzia della sopravvivenza. E tutte le componenti della famiglia,fin dalla verde età di sette otto anni dovevano contribuire allo sviluppo del reddito del nucleo. Momenti “topici” dell’intrapresa contadina erano la mietitura e battitura del grano, la vendemmia e la raccolta e molitura dell’oliva. Tutte le testimonianze dei 120 intervistati, di età dai 65 agli 80 anni ed oltre ricordano con grande nostalgia quei momenti, non solo di fatica, ma anche di soddisfazioni nel toccare con mano il risultato di un lavoro che non conosceva pause o consentiva distrazioni. Accanto al lavoro dei campi, Ponte D’Oddi conosceva anche quello dell’indotto: i maniscalchi, le mercerie, il frantoio, il molino, il sarto, il barbiere, il bar “Sali & tabacchi”….E quello del tempo libero: il ballo ai saloni della Torre Sant’Angelo, il gioco delle bocce e del ruzzolone, il biliardo, le corse podistiche e in bicicletta. Tutte occasione a far nascere forti simpatie amorose ed amicizie durature. La religione , con la chiesa il prete- parroco, e la scuola con la maestra sono ricordi indelebili nei simpatici vecchietti , narratori della propria vita; e le fotografie che li rappresentano nel libro ne sono documento ineccepibile.
C’è una costante in tutte le interviste che Pelliccia è riuscito a raccogliere: il passaggio del fronte della seconda guerra mondiale. Nel giugno del 1944 le truppe tedesche emaciate e sfinite si ritiravano da Perugia, per riparare al nord nella Repubblica Sociale Italiana, ultimo baluardo del nazifascismo. I tedeschi erano tallonati dagli alleati: truppe inglesi e soldati indiani delle loro colonie. Per cui anche gli abitanti di Ponte D’Oddi e dintorni si ritrovarono in casa , ospiti imprevisti e non certo desiderati, questi soldati; dei quali ormai non era chiaro chi fosse l’alleato e chi il nemico. Per fortuna dagli episodi raccontati, non sembra che vi furono soverchierie eclatanti. Semmai conseguenze di sparatorie e cannoneggiamenti , con danni materiali, anche importanti alle case di Ponte D’Oddi.
Col passare degli anni dai racconti dei testimoni si rileva l’evoluzione dei costumi e della società. Il reddito familiare non deriva più soltanto dall’attività agricola del podere, ma da occasioni di lavoro che le industrie nate e cresciute nel dopoguerra offrivano: Saffa Fiammiferi, Perugina Cioccolato, Piccini Officine, Spagnoli , Sicel, Telefoni di Stato e poi Telekom,Enti locali …Ed ancora , la motorizzazione , non solo di linea: rimarrà famoso il Postale della Canestrelli, ma privata con motori e motorette, Vespa e Lambretta; ed ancora le quattro ruote, la Cinquecento e la Seicento Fiat in particolare. Nella memoria di quest’appendice del Borgo di Porta San’Angelo rimane nitida la poetica di questa campagna perugina , con l’intercalare delle stagioni, il freddo dell’inverno nelle veglie intorno al focolare, o della tiepidezza del “prete” con lo scaldino nel letto; il caldo soffocante delle mietiture e battiture nell’aia, fra un bicchiere di “trubbianello” e l’altro a dissetare gli astanti, tutti organizzati in una mastodontica linea di produzione: gregne, barcone, tramoggia, finalizzate a produrre grano in sacchi, pula per la stalla, e fieno a formare il pagliaio per l’alimentazione dello strumento fondamentale per lavorare la terra: un paio di “bovi” che trainano il vomero o altri strumenti di lavoro.
Ecco in sintesi il bel libro di Fausto Pelliccia che consiglio di leggere agli amici di FB. Nelle foto: la copertina del libro; una delle foto più significative e simpatiche dei giovani abitatori di Ponte D’Oddi degli anni ’60.

Copertina I due forchini Bisello dal libro di Pelliccia

Il ministro dell’economia Roberto Gualtieri …..

Il ministro dell’economia Roberto Gualtieri , dopo la pubblicazione dell’ultimo decreto sul rilancio dell’economia ha iniziato il giro delle “sette chiese” massmediatiche: Rai, Mediaset, La7. La musica e lo spartito sono i soliti. Si raccolgono le proteste delle varie categorie produttive della comunità nazionale. E si stigmatizzano i ritardi delle erogazioni ai beneficiari. La burosaurocrazia imperversa. Il quadro è chiaro. Non c’è una categoria che non abbia ricevuto o stia per ricevere “cassa integrazione guadagni”, contributo forfettario una tantum, azzeramento o riduzione e/o rimodulazione di imposte o tasse, mutui a tasso agevolato e garantiti dallo Stato, ristori vari e articolati per le varie poste contabili del conto economico aziendale.
Non sara facile recuperare lo standard di vita cui siamo abituati, senza sacrifici rilevanti.
E veniamo al fenomeno della crisi come si presenta nell’acropoli perugina. In prima linea le vittime più colpite sono quelle della ristorazione: dei fast food nati come funghi negli ultimi anni. L’iniziativa privata va dove l’imprenditore stima che ci sia una domanda, adeguata per il proprio business. Egli calcola il rischio di impresa, che emerge nella competizione, i “costi di costruzione” del suo investimento patrimoniale e piano di ammortamento per recuperarli, almeno in cinque anni di attività, possibilmente a regime dopo i primi due anni di esercizio. L’acropoli perugina, in seguito ai successi di festival e sagre di grande richiamo di gente del fine settimana, è stata percepita dagli imprenditori del fast food come un mercato di buona ricezione della propria offerta. Ma è evidente che come viene meno tale afflusso di acme congiunturale festivaliero, cade tutta l’impalcatura del piano di marketing che l’imprenditore si era costruito.
L’errore delle giunte comunali degli ultimi decenni è stato quello di aver illuso le prospettive di intrapresa dei soggetti sopradetti, con una politica di agevolazione all’incontro dell’ offerta del fast food, verso la domanda del “mordi e fuggi”. In tal modo è venuta meno una prospettiva di consolidamento di categorie di abitatori residenziali, in un ambito di comunità integrata di offerta artigiana, di attività commerciali, legate anche al tessile abbigliamento, con la maglieria, della quale Perugia è un distretto propulsivo. La ristorazione avrebbe avuto “ristoro” da una domanda legata anche al turismo alberghiero ed extra alberghiero, collegato anche ai festival , progettati e organizzati secondo un palinsesto non vincolato al massivo flusso del “mordi e fuggi”. Avremmo avuto dunque una ripartizione del rischio, a fronte del quale, una pandemia di tal fatta, non avrebbe provocato la desertificazione di queste “lande paesistiche cittadine” perché almeno un 10.000 residenti, avendo recuperato gli antichi “loci”medievali , opportunamente e creativamente riadattati alle esigenze della domotica, ne avrebbero garantito la sopravvivenza.
Ammesso che si voglia ritornare, pedissequamente, ai vecchi schemi dei flussi dei passeggeri festivalieri e degli attavolamenti estivi e della soddisfazione degli incontenibili bisogni del mordi e fuggi, ci vorranno almeno due anni per recuperare lo standard “ante quo”.
Mi domando allora se non valga la pena impostare un progetto di riconversione di tali attività, verso l’artigianato del tessile abbigliamento o di altri comparti del sistema moda, nel quale Perugia ha dimostrato più di una volta di avere le giuste potenzialità.