SINTESI DOCUMENTO PROGETTUALE “ENCLAVE CASA & BOTTEGA IN UN RIONE DEL CENTRO STORICO DI PERUGIA”

SINTESI DOCUMENTO PROGETTUALE “ENCLAVE CASA & BOTTEGA IN UN RIONE DEL CENTRO STORICO DI PERUGIA”

 

PREMESSA

Il presente documento è strutturato evidenziando un obiettivo innovativo, di “smart city”, conseguibile con finanziamenti del MIUR o del MISE  per questa tipologia di progetti e imperniato sulle capacità dei soggetti coinvolti di svolgere con competenza i rispettivi ruoli . I soggetti sono: enti territoriali (Comune), associazioni di categoria ( Confartigianato), mentori per incubatori di nuove imprese artigianali (alcune imprese manifatturiere)  e di  giovani potenziali artigiani in start up per insediamenti stabili di nuovo lavoro della manualità creativa.  Lo scenario nel quale si andrà a svolgere in tempi medio-lunghi il processo di  rilancio quali-quantitativo è quello del centro storico di Perugia, partendo da un rione pilota: Porta Sant’Angelo. L’obiettivo  finale sarà conseguibile attraverso un complesso itinerario metodologico, indispensabile sia per verificare gli step intermedi del processo gestionale rispetto al business plan (outlook), sia per  contabilizzare le spese previste nel piano di finanziamento. Per tutto ciò detto, il presente documento è corredato di complessi schemi di pianificazione.

 

Tutti i ragionamenti che seguono , è bene che il lettore di questo documento lo sappia in anticipo, sono volti  a sviluppare un concetto, una necessità impellente : riposizionare, in chiave moderna il centro storico di Perugia, da area espositivo-fieristica, attrattiva per la domanda in  arrivi e presenze, e renderlo un  centro di  aggregazione  di  offerta di artigianato locale ripristinato, in chiave vocazionale nelle botteghe e nelle residenze domestiche dei borghi ed in sinergia con le attività commerciali prestigiose dell’acropoli.

 

1)OBIETTIVO PRIMARIO DEL PROGETTO

Vogliamo progettare nel rione di Porta Sant’Angelo un “enclave” di insediamenti residenziali e artigianali di qualità denominata : “Casa & Bottega” ?

L’idea nasce dalla considerazione di un centro storico perugino che dal primo  dopoguerra (primi ‘900) si è visto gradualmente svilire, nelle sue identità e prerogative originali. La sua innata e atavica fisionomia la disegna con perizia Luigi Catanelli nel suo prezioso libro “ Usi e Costumi nel Territorio Perugino agli inizi del ‘900”. Ne emerge un profilo  dei nostri avi, ai primi del ‘900 che vissero all’interno  della cinta muraria medievale dei cinque rioni (Porta Sole, Porta Eburnea, Porta Santa Susanna, Porta Sant’Angelo , Porta San Pietro) con un assetto  urbanistico nato e vissuto in funzione dell’organizzazione di vita associativa che si erano dati: “casa e bottega”. E questo ne è il remake, nel titolo del mio progetto che vado a sintetizzare. Un passo del libro di Catanelli ci dice due cose. La prima : la popolazione della città ai primi del ‘900, compresa nei cinque rioni, era di 20.000 unità: Il rione di Porta San’Angelo, il più popoloso: era di 5.400 abitanti. La seconda: la città, con le porte daziarie era simile ad un’enclave in cui la maggior parte delle risorse per il fabbisogno alla sopravvivenza del popolo venivano dalla campagna di prossimità e dalle attività economiche artigianali cittadine. Le derrate alimentari quali cereali, olî e grani, cacao, caffè, zucchero sottoposte al dazio entravano nell’enclave  e si vendevano nella piazza del Sopramuro (Piazza Matteotti), così pure le carni, frutta e verdura ed il pesce del Lago Trasimeno. Tutti i “prodotti finiti” dell’ agroalimentare erano frutto dell’attività artigianale svolta  all’interno delle mura: fornai , norcini, pasticceri :dolci rituali, apicoltori … Anche l’abbigliamento derivava da forme autarchiche di produzione: la seta dai bachi e loro sapiente bachicoltura, collegata alle copiose foglie raccolte dai floridi  gelsi della campagna ; la lana con i suoi filati, dalla tosatura delle pecore del contado. Anche la trasformazione del cotone era all’ordine del giorno. Racconta Catanelli: “Affinché le maestranze non rimanessero durante la stagione in­vernale inoperose e disoccupate, organizzò nei locali della Mercan­zia in Corso Garibaldi la fabbricazione, con circa 25 telai manuali a spola volante e sotto la guida di Ida Volpi, delle stoffe di cotone, la cosidetta cotonina”.  Anche  la produzione di cuoio per le calzature e del pellame per accessori e vestiario: le conce delle pelli degli animali “extra moenia” erano attività locali ,sparse per tutte le cinque contrade cittadine: “    Intensa è la lavorazione delle pelli da concia. Lavoro ingrato per la condizione disagiante in cui viene eseguito. L’acqua, il fred­do e la porcheria circondano i lavoranti delle pelli verdi. In Via XIV Settembre nella casa in fondo a Via della Conce c’è un’antica conceria gestita da Ugo Boveri. Alla fine della Piaggia Colombata un’altra è condotta dai fratel­li Luigi e Federico Cominazzini. A San Galigano, Luigi Mattioli ol­tre ad essere proprietario dei bagni, lo è anche della locale conce­ria’. Infine lungo la Via Alessandro Pascoli, in un casamento che sarà demolito, a ridosso dell’orto del Carluccino, c’è quella di Gio­vanni Fagioli”. Dunque, il Catanelli registra almeno una conceria per il fabbisogno di  ogni rione.

Da questo scenario incastonato in  quel periodo di storia perugina, brevemente tracciato , torniamo ai giorni nostri. Il problema più critico della società post industriale è il “mallevare “, in modo organico e finalizzato, nuovi posti di lavoro che diano un’occupazione attiva e continuativa nel tempo. Tutti i settori di impiego tradizionale, sia nell’industria che nei servizi, finanche nell’agricoltura, con l’evoluzione dell’informatica, della telematica e  della robotica si sono riconvertiti tecnologicamente alla competizione globale con l’incremento della produttività. Il che significa sviluppare produzione e ricchezza, con la riduzione della mano d’opera per unità di tempo e di  produzione. Né vale l’assunto, che alcuni economisti, soloni nella materia, hanno voluto divulgare, secondo il quale il cyber progresso andrà a vantaggio dello studio e sviluppo di sempre più sofisticati software e hardware, al servizio delle produzioni tradizionali e loro derivati. E ciò avrebbe portato più competenze e più occupazione. Il che non sembra che abbia un riscontro in stato di fatto, attuale e potenziale. Vale allora la pena riprendere uno schema di solide basi della conoscenza delle antiche produzioni tradizionali locali e sperimentare, in un ambiente rimasto intatto nelle sue strutture murarie e suoi anfratti culturali , un’organizzazione di  giovanile esuberanza ed entusiasmo per le nuove start up  della nuova manualità e creatività artigianale e conseguenti incubatori di new entry.

 

 Non a  caso ho  introdotto la fase propositiva dell’idea, con neologismi di marketing. Poiché essa, se parte da una ricognizione quasi dietrologica del “come eravamo”, ad essa va fatto seguire un iter progettuale che tenga conto delle tecniche consolidate dello start up, per la pianificazione di risorse organizzative  della nuova impresa artigiana, con le implicazioni residenziali dei suoi titolari e con le indispensabili acquisizioni di know how attraverso i corsi di formazione e le esperimentazioni proprie dell’incubatore di nuove iniziative imprenditoriali (new entry).

Il progetto, con il suo indispensabile “Studio di fattibilità”  verte sull’implementazione graduale di residenze abitative e artigiane,  in un’area particolarmente vocata all’artigianato come gli innumerevoli “loci”  del rione di Porta Sant’Angelo. Lì ritroviamo nel tempo, insieme ai ricordi di Luigi Catanelli, figlio di questo borgo, una serie di mestieri da far rivivere come: artigiani della falegnameria, della rilegatura di libri, fornaciai, vetrai, arredamenti del legno a personalizzare ambienti e funzioni abitative, incisore, doratore,ombrellaio, decoratore, cuoiami, i corami (di Orlando Civi) [1]. Ed inoltre calzolai sarti, stampatori ,ciabattini, calderai (‘artigianato artistico del rame), mobilieri e tappezzieri, etc..

E’ solo un elenco parziale  dal quale fare emergere alcune combinazioni attitudinali, di cultura e manualità,  fra potenziali giovani  artigiani e uno sbocco economico di attività imprenditoriale, opportunamente mallevata nei primi due anni di start up da finanziamenti di Sviluppo Italia o Sviluppumbria: dipende da chi verrà esaminato il progetto e dalla sua esaustività di convincimento della bontà dell’idea business.

A tale elenco va aggiunto quello delle planimetrie dei locali, tuttora sfitti o inutilizzati, parzialmente o totalmente, come potrebbe essere, secondo una valutazione esterna,  parte dell’ex distretto militare, della ex Saffa, di alcuni conventi, dell’ex collegio Penna Ricci e di altre numerose civili abitazioni e negozi tuttora sfitti. Ad una prima valutazione sembrerebbero “loci” adatti ad incubatori delle start up di artigianato che emergessero quali soluzioni vincenti dello studio di fattibilità. Naturalmente un elenco  e planimetrie certe per la destinazione d’uso individuata si potrà avere solo dopo l’avallo alla fattibilità progettuale  dall’ente finanziatore del progetto.

La strategia complessiva e l’obiettivo da conseguire si possono sintetizzare in un numero ed in un concetto. Il numero è quello di far emergere nell’arco di un quinquennio dall’inizio delle prime attività almeno 200 nuovi insediamenti fra residenze abitative e artigianali e attività indotte dall’agricoltura di prossimità. La strategia si richiama a quella istitutiva e organizzativa dei Kibbutz o se volete meglio a quella degli enclavi. Il termine e il concetto vanno letti e interpretati secondo l’ottica che serva a identificare un’area  che abbia le potenzialità a contraddistinguersi per alcune eccellenze nel campo dell’artigianato. L’identificazione, forte e precisa  sotto l’aspetto ambientale, socio demografico,  paesaggistico e monumentale-storico che promana dal rione di Porta Sant’Angelo sarà un eccezionale biglietto da vista per un completo processo di marketing dei prodotti artigianali ad esso sotteso, fruendo dello strumento dell’e-commerce per gli acquisti via internet e quello dell’incoming turistico, legato agli eventi, alle occasioni sociali e delle festività che tradizionalmente rende effervescente tutta la città. Saranno dunque sinergie permanenti e /o ricorrenti a legare il borgo con il resto della città e viceversa.

Ma il borgo dovrà implementarsi di botteghe artigiane e residenze ad esse relative e trovare sbocchi alla propria vocazione di produzioni a ciclo completo, tali da giustificare un marchio indelebile di “artigianità perugina indiscussa”. Ad esempio. Se vogliamo sposare la causa dell’integrazione agricoltura/allevamento di prossimità, una piccola conceria , seppure  con gli accorgimenti di un moderno processo antinquinamento, potrà nascere  alla base del fosso del Bulagaio, e da lì la materia prima per gli  artigiani della lavorazione del cuoio, e del pellame per borse e calzature potrà giungere rapidamente a destinazione , passando dalla porta del  Cassero, evitando l’intasamento da traffico della via  del  Corso Garibaldi, simile alla suggestiva via del Fillungo di Lucca. L’enclave del Borgo sarà  circoscritto al rione di Porta Sant’Angelo, contrassegnato dalla spada in campo rosso, che nei secoli ha ospitato molta plebe della città. E proprio per questo più vocato ad attività dell’artigianato di pregio. Nei  tempi che furono  il rione fu  rifugio dei fuoriusciti, anche nobili. Infatti lungo la strada si incontra ancora qualche palazzotto con le finestre grandi, regolari, il portone, l’architrave o l’arco ricco di travertino. Malgrado le defezioni, l’abbandono e la profanazione di chiese e conventi, nel luogo rimangono attivi i monasteri di San Benedet­to, di Santa Caterina, di Santa Lucia, di Sant’Agnese e i frati a Monteripido.  Non sarà difficile fra tanti edifici rimasti parzialmente inutilizzati trovare la sede anche per un artigianato della lavorazione della seta, integrato con la bachicoltura alimentata dai bachi, divoratori di foglie di gelso “a far bozzoli”; foglie che proverranno dai nuovi impianti a valorizzare le terre incolte fra Montelaguardia, Montebagnolo, Monte Nero fino alla Pieve del Tezio, e attraverso  le vie interne di  Cenerente-San Marco-Ponte Doddi giungeranno fino al Cassero di Sant’Angelo. E sappiamo quanto raffinata fosse tale lavorazione presso i laboratori dei  bachicultori perugini Rodolfo Pucci, Vittorio Cesa­rei, Antonio Mollaioli e Giulio Bellini. Nell’enclave così descritto già opera da tempo l Giuditta Brozzetti  con il  Museo-Laboratorio di tessitura a mano in Via Berardi.

Ma l’enclave di Porta Sant’Angelo si dovrà qualificare non solo per l’offerta di prodotti artigianali  di alta qualità del borgo, che si andrà a svolgere lungo le sue vie e vicoli ma anche per l’organizzazione della sua viabilità, per lo smaltimento dei residui solidi urbani, per la comune partecipazione agli eventi ed alle occasioni sociali della sua comunità. Ci sarà anche un organigramma gerarchico-funzionale con componenti elettivi per il governo del borgo, che andranno a scandire tutte quelle necessità impellenti a far consolidare e prosperare la sua economia diffusa. E soprattutto, stante la religiosità dei membri della corporazione fin dai tempi di Braccio Fortebracci da Montone, tant’è che ogni tipo di artigiano ha il suo Santo Protettore, l’enclave si identificherà, per il  suo  indispensabile imprinting spirituale e religioso,  nella parrocchia di Sant’Agostino e dei suoi amministratori della Congregazione Agostiniana.

 

 

[1] (Il corame, dal latino corium, è un cuoio lavorato e stampato a motivi decorativi usato prevalentemente sotto forma di pannelli destinati all’arredamento, nel rivestimento di libri, seggiole, cofani, astucci e vari oggetti. Viene chiamato anche cuoio cordovan.)

“Perugia is open” ovvero inquinamento assicurato

ANCHE QUEST’ANNO “PERUGIA IS OPEN” IRROMPERE A TUTTI DECIBEL NELLE CASE DEI PERUGINI RESIDENTI NELL’ACROPOLI
Da: Rino Fruttini [mailto:rino.fruttini@gmail.com]
Inviato: venerdì 29 giugno 2018 21:19
A:Romizi.sindaco@comune.perugia.it; e altri

Oggetto: Ma perché si danno autorizzazioni in deroga, e tuttavia con vincoli da rispettare in materia di inquinamento acustico e poi non si è in grado di farli rispettare ?

Caro Sindaco,
finalmente anche quest’anno è tornata “Perugia is open” ad allietare le serate dei perugini indigeni , più o meno autoctoni e dei “passeggiéri” incauti dell’Acropoli. Poverini, non sanno che sollazzo di decibel li attende per le loro orecchie. Ecco il focus di tutta la questione, che pongo in modo pirandelliano nell’oggetto della presente e-mail. Già la scorsa stagione Ti feci presente come questo “ambaradan” di simil sagra paesana non fosse ben governato, nel rispetto dei diritti dei cittadini residenti (io ho le finestre prospicienti Piazza Matteotti) secondo l’art 659 del CP (quiete e riposo delle persone). La lettura della mia del 22 giugno dello scorso anno già ti aveva edotto di questa perla di cultura musicale, organizzata dai commercianti del centro e da te sponsorizzata. Quest’anno il grande evento ritorna con il giovedì del 21 giugno della settimana scorsa (un disastro: chiamati il pronto intervento del VV.UU. e poi anche la fedele arma dei Carabinieri. Ma nessuno può nulla fare: manca il fonometro per misurare i decibel in eccesso . E questo strumento, per misurare i decibel che vanno oltre l’autorizzazione da te graziosamente concessa a questi pargoli delle notte brave perugine, può essere usato in esclusiva dall’ARPA, un ente come si dice, “ strumentale” ( fa molto cult con la materia di cui trattasi) anche della tua giurisdizione municipale. Onde la conclusione. Nella Tua autorizzazione, firmata su Tua graziosa delega, dal Dr. Piro, competente in ruolo e conoscenza e scienza di fenomeni in materia di inquinamento , si fa presente quanto segue (come già un anno fai rilevai) nell’estratto dell’autorizzazione che riporto di seguito. :

“Tale manifestazione dovrà svolgersi nel rispetto delle seguenti condizioni:
• gli impianti rumorosi potranno essere utilizzati all’esterno della fascia oraria autorizzata solo nel rispetto dei limiti di cui al D.P.C.M. 14.11.97;
• il livello di rumore ambientale (inteso come livello di emissione dell’attività nel suo complesso, attività quindi considerata come unica sorgente) da rispettare in facciata di edifici in corrispondenza dei recettori più disturbati o più vicini all’area in cui si svolge la manifestazione non dovrà superare i 70 dB(A) LAeq;
• i macchinari e gli impianti non utilizzati dovranno essere spenti;
• dovranno essere adottati tutti gli accorgimenti necessari a ridurre il disagio degli abitanti delle abitazioni prossime alla manifestazione”.

Ebbene caro Sindaco, la vuoi sapere la novità? Il responsabile del gruppo musicale , con i suoi ammennicoli di casse di amplificazione e sintetizzatori vari, da me interpellato non era per nulla al corrente di tale autorizzazione e dei suoi vincoli tecnici molto precisi. Di tutto ciò ne avevo già parlato e scritto a Te, al dr. Piro ed ai suoi collaboratori d’ufficio. Nessuno si è fatto carico di verificare se codesti cultori della musica “hard rock “avesse contezza dei termini e limiti dell’autorizzazione in questione.

Ed allora, ora in tutto ciò trovo la conferma di ESSERE STATO PRESO PER IL CULO DA CODESTA ONOREVOLE COLLEGIATA DI CHIERICI LAICI DELLA MUNICIPALITA’PERUGINA CHE A TE FA CAPO.

Devi sapere, carissimo Sindaco che la notte di giovedì 21 giugno u.s. l’ho passata in bianco, con mia moglie che, stante il suo stato di salute cagionevole, si è sentita male. La telefonata ai carabinieri è servita anche a rilevare tale fatto. E giovedì 28 giugno siamo stati costretti a passare la notte fuori casa, ospiti di amici in campagna. Se mi ospiti , il prossimo giovedì chiederei, io e mia moglie, a Te asilo. Ma forse sarebbe meglio che tu venissi a monitorare di persona lo stato dell’arte musicale che pervade a furor di casse di amplificatori e sintetizzatori strumentali , l’aére notturno perugino. Alcune settimane fa ho visto una Tua foto immortalarti mentre facevi pulizia ,insieme a giovani volontari dei bois scouts ,di cartacce e quant’altro per le vie periferiche perugine. Ebbene fai altrettanto per constatare con il carattere della tradizione romana lex del “buon padre di famiglia” a quale livello sia giunto l’inquinamento acustico notturno, grazie anche alle perfomances di “Perugia is open”.
Con osservanza
Dr. Rino Fruttini

P.S. Fa seguito , come già detto la mia e mail dell’anno scorso, sempre su tale questione

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L’Area di Santa Giuliana e le sue destinazioni d’uso nel tempo

La sequenza di foto della bellissima area imperniata sull’ex Monastero di Santa Giuliana, oggi sede della scuola di lingue dell’Esercito Italiano (vedi foto n. 1), dimostra quanto sia stata ibrida ed approssimata nel tempo la sua , diremmo oggi, “destinazione d’uso”, ovvero strutturale e funzionale. Il monastero risale a metà del ‘200. Famoso anche per la Badessa, una nobile della famiglia Baldeschi. A fine’800 sul grande spiazzo antistante la chiesa del monastero i soldati delle vicine caserme di corso Cavour svolgevano esercizi ginnici (Foto N.2) . Era la Piazza d’Armi dove ai primi anni del ‘900 sarebbero decollati ed atterrati i prototipi biplani monoposto con motore Hanriot (vedi foto n. 3) e dove Buffalo Bill si insediò per 4 giorni con il suo circo di indiani e cavalli veloci (vedi foto n. 4). Nel dopoguerra sorse lo stadio, dove il Perugia Calcio raggiunse il campionato di serie A (vedi foto n. 5) . Lì le scuole medie superiori della provincia disputavano i campionati di atletica leggera. Nel 1960 il mio liceo scientifico G. Alessi vinse la coppa, grazie anche al sottoscritto: primo nella corsa ad ostacoli. Il liceo classico fu secondo. (vedi foto n. 6) . Dagli anni ’70 in poi , sorse a margine l’edificio del Provveditorato alle Opere Pubbliche (vedi foto n.7); il terminal degli autobus (vedi foto n. 8), il piccolo ma suggestivo parco (vedi foto n. 9), un bocciodromo oggi in disuso (vedi foto N. 10) e, nelle manifestazioni di Umbria Jazz, un auditorium all’aperto , che si alternava alla originaria destinazione di stadio di calcio e di atletica leggera. Oggi lo stadio è scomparso, sostituito nella pista e nel campo da calcio da un grande pavè per ampliare i posti degli appasionati di jazz. Questa è dunque la sequenza dell’area, In parte fruibile , per poco più del 5% dell’anno; ma nel resto abbandonata a se stessa, circondata com’è da palazzi bianchi, marmorei di stile piacentiniano post fascista. Da notare che a pochi metri c’è l’area dell’ex carcere, con una struttura classica del “panottico”, anch’essa abbandonata , in attesa di realizzarvi, a quanto sembra, la cittadella giudiziaria. Perugia è ormai una sede di eventi seriali: Umbria Jazz, Eurocholate appaiono come i due apogei del fervore creativo della peruginità migliore. Non come una volta in cui gli spazi erano animati da organismi non “eventuali-seriali” ma “normali seriali” , come le partite di calcio settimanali, le gare di atletica, anch’esse scandite con frequenza; il movimento dei pulman al terminal di Piazza Partigiani , a surrogare le auto private, era brulicante di gente che andava all’Acropli per spese , anche di qualità. Ormai siamo saturi di contenitori inutilizzati; salvo qualche evento di massa; ma che non qualifica nè la musica nè il gusto dei “sapori /saperi”. Sono venute meno le consutetudini alla buona musica della Sagra Musicale. I concerti degli amici della Musica , in assenza del più di una volta preannunciato Auditorium di San Francesco, sono circoscritti a pochi intimi. La stagione teatrale del Morlacchi fa il tutto esaurito, a dimostrazione di una domanda di cultura che non trova soddisfazione nell’offerta dei contenitori disponibili. Nel frattempo Turreno e Lilli rimangono chiusi. Però parte Umbria Jazz. Ed è già qualcosa. Ma è troppo poco, dico io. Ad maiora, diunque . E chi ha più filo tessa, ad onta di burosaurocrazia ed ottusità amministrativa del Palazzo.

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Cambio copertina

Ieri ho cambiato la mia immagine di copertina. Da una foto di Piazza IV Novembre di Umbria Jazz degli anni ’70 sono passato a quella di una magnifica pittura del Bonfigli che rappresenta le torri perugine e la via Bagliona , con in evidenza la Porta Marzia, prima della loro distruzione e costruzione della Rocca Paolina, nel 1540 ((foto 1 e 2). Il cambio immagine si è reso necessario dall’evoluzione dei tempi. Il contenitore dell’acropoli perugina ormai non è più adatto per simili manifestazioni che devastano con auto, pubblico e maleducazione diffusa la nostra bella città (foto 3). Basta con queste invasioni ricorrenti di cosiddetti “eventi” che non producono se non “business” al mercato della ristorazione ” fast food” del “mordi e fuggi”.Il fenomeno Umbria Jazz, come quello di Eurochocolate ormai va riportato in un alveo di grandi spettacoli all’aperto a Pian di Massiano, come avviene per la Fiera dei Morti e il Luna park (ai miei tempi detti “I baracconi”). E’ stata una forzatura ed una grave prepotenza di questa amministrazione comunale la demolizione del campo di calcio e della pista di atletica leggera a vantaggio di un gran pavè (foto 4,5)per contenere per qualche sera le migliaia di spettatori paganti di concerti rock -Jazz, allo zenith di decibel che forse ormai non sono neppure quelli di un jazz di originale musica sound. Lo stadio di Santa Giuliana se ancora il prof. Giorgio Molini (foto 6) fosse vivo non avrebbe fatto questa fine ingloriosa. Ne difese sempre l’integrità dalle prepotenze degli organizzatori dei cosiddetti “eventi”.

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Articolo pubblicato su “La Tramontana”

17/07/2018
direttore Renzo Zuccherini

Home >> Due considerazioni sulla prima serata di Umbria Jazz…

Due considerazioni sulla prima serata di Umbria Jazz…
La prima di qualità. La seconda sulla sede. Se l’atmosfera dei concerti di Umbria Jazz è assimilabile a quelle dei concerti di Vasco Rossi, allora l’unica sede valida è lo Stadio Curi La prima di qualità. Lo spettacolo rivela una tendenza  ormai consolidata di musica folk-leggera, con qualche richiamo all’etnia del jazz, di grande orecchiabilità per la massa dei “clientes”, che apprezza la suggestione delle interlocuzioni con il cantante dal palco, tipiche dei tanti concerti alla Vasco Rossi. Nulla di nuovo dunque sotto il profilo delle novità, ad affinare il gusto musicale jazzistico: c’è già la TV, con le sue scontate jam session alla “noaltri”. Quando si propina una passerella di stelle, famose, ma un po’ decotte, il successo sembra assicurato.La seconda considerazione è sulla sede. Ormai si è consolidata una scelta: è stato eliminato lo stadio di calcio, delle partite delle squadre dilettanti e l’unico con una pista di atletica leggera in tutta Perugia , per dedicarlo ai dieci giorni di concerti di Umbria Jazz. Resto allibito come nessuna società sportiva di giovani da avviare al sano e bellissimo sport dell’atletica leggera abbia protestato. Oltretutto è una “sesquipedale scempiaggine” quella di distruggere una struttura nata per una destinazione d’uso per tutto il corso dell’anno , e convertirla in pedana e gradinate per l’utilizzo di appena dieci giorni di spettacoli all’anno.Se l’ambiente, l’atmosfera, la suggestione dei concerti di Umbria Jazz sono assimilabili a quelle dei concerti di Vasco Rossi, allora l’unica sede valida è lo Stadio Curi. Quando un’amministrazione comunale e un’organizzazione di cosiddetti “eventi” non rispetta la propria storia, significa che ben poca civiltà della “res publica” rimane nella memoria. E una società senza memoria è destinata al declino.

Nella prima foto riporto lo stadio di calcio con la pista di atletica leggera secondo il disegno dei fratelli Carattoli, pubblicato sulla rivista dell’Unione Sportiva Fortebraccio del 1906. Nella seconda il parterre realizzato sopra la pista di atletica leggere e il campo di calcio del Santa Giuliana.

Rino Fruttini

Inserito domenica 15 luglio 2018

Redazione “La Tramontana”- e-mail info@latramontanaperugia.it
Sei la visitatrice / il visitatore n: 4145040

L’area del Monastero di Santa Giuliana e di Piazza d’armi nel tempo.

Caro Sindaco, ti riporto per tua opportuna conoscenza il post  di oggi in materia di destinazioni d’uso e location. Cordiali saluti

Rino Fruttni

La sequenza di foto della bellissima area imperniata sull’ex Monastero di Santa Giuliana, oggi sede della scuola di lingue dell’Esercito Italiano (vedi foto n. 1), dimostra quanto sia stata ibrida ed approssimata nel tempo la sua , diremmo oggi, “destinazione d’uso”, ovvero strutturale e funzionale. Il monastero risale a metà del ‘200. Famoso anche per la Badessa, una nobile della famiglia Baldeschi. A fine’800 sul grande spiazzo antistante la chiesa del monastero i soldati delle vicine caserme di corso Cavour svolgevano esercizi ginnici (Foto N.2) . Era la Piazza d’Armi dove ai primi anni del ‘900 sarebbero decollati ed atterrati i prototipi biplani monoposto con motore Hanriot (vedi foto n. 3) e dove Buffalo Bill si insediò per 4 giorni con il suo circo di indiani e cavalli veloci (vedi foto n. 4). Nel dopoguerra sorse lo stadio, dove il Perugia Calcio raggiunse il campionato di serie A (vedi foto n. 5) . Lì le scuole medie superiori della provincia disputavano i campionati di atletica leggera. Nel 1960 il mio liceo scientifico G. Alessi vinse la coppa, grazie anche al sottoscritto: primo nella corsa ad ostacoli. Il liceo classico fu secondo. (vedi foto n. 6) . Dagli anni ’70 in poi , sorse a margine l’edificio del Provveditorato alle Opere Pubbliche (vedi foto n.7); il terminal degli autobus (vedi foto n. 8), il piccolo ma suggestivo parco (vedi foto n. 9), un bocciodromo oggi in disuso (vedi foto N. 10) e, nelle manifestazioni di Umbria Jazz, un auditorium all’aperto , che si alternava alla originaria destinazione di stadio di calcio e di atletica leggera. Oggi lo stadio è scomparso, sostituito nella pista e nel campo da calcio da un grande pavè per ampliare i posti degli appassionati di jazz. (vedi foto N. 11 e 12).Questa è dunque la sequenza dell’area, In parte fruibile , per poco più del 5% dell’anno; ma nel resto abbandonata a se stessa, circondata com’è da palazzi bianchi, marmorei di stile “piacentiniano post fascista”. Da notare che a pochi metri c’è l’area dell’ex carcere, con una struttura classica del “panottico”, anch’essa abbandonata , in attesa di realizzarvi, a quanto sembra, la cittadella giudiziaria. Perugia è ormai una sede di eventi seriali: Umbria Jazz, Eurocholate appaiono come i due apogei del fervore creativo della peruginità migliore. Non come una volta in cui gli spazi erano animati da organismi non “eventuali-seriali” ma “normali seriali” , come le partite di calcio settimanali, le gare di atletica, anch’esse scandite con frequenza; il movimento dei pulman al terminal di Piazza Partigiani , a surrogare le auto private, era brulicante di gente che andava all’Acropli per spese , anche di qualità. Ormai siamo saturi di contenitori inutilizzati; salvo qualche evento seriale di massa; ma che ormai non qualifica nè la musica (umbria Jazz)  nè il gusto dei “sapori /saperi” (Eurochocolate). Sono venute meno le consuetudini alla buona musica della Sagra Musicale. I concerti degli amici della Musica , in assenza del più di una volta preannunciato Auditorium di San Francesco, sono circoscritti a pochi intimi. La stagione teatrale del Morlacchi fa il tutto esaurito, a dimostrazione di una domanda di cultura che non trova soddisfazione nell’offerta dei contenitori disponibili. Nel frattempo Turreno e Lilli , in pieno centro dell’acropoli rimangono chiusi . Però parte Umbria Jazz. Ed è già qualcosa. Ma è troppo poco, dico io. Ad maiora, dunque . E chi ha più filo tessa, ad onta di burosaurocrazia ed ottusità amministrativa del Palazzo.

                                                       

                                                                                                                                                 

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