Vogliamo progettare nel rione di Porta Sant’Angelo un “enclave” di insediamenti residenziali e artigianali di qualità denominata : “Casa & Bottega” ?

Vogliamo progettare nel rione di Porta Sant’Angelo un “enclave” di insediamenti residenziali e artigianali di qualità denominata : “Casa & Bottega” ?

 

L’idea nasce dalla considerazione di un centro storico perugino che dal primo  dopoguerra (primi ‘900) si è visto gradualmente svilire, nelle sue identità e prerogative originali. La sua innata e atavica fisionomia la disegna con perizia Luigi Catanelli nel suo prezioso libro “ Usi e Costumi nel Territorio Perugino agli inizi del ‘900”. Ne emerge un profilo  dei nostri avi, ai primi del ‘900 che vissero all’interno  della cinta muraria medievale dei cinque rioni (Porta Sole, Porta Eburnea, Porta Santa Susanna, Porta Sant’Angelo , Porta San Pietro) con un assetto  urbanistico nato e vissuto in funzione dell’organizzazione di vita associativa che si erano dati: “casa e bottega”. E questo ne è il remake, nel titolo del mio progetto che vado a sintetizzare.

Un passo del libro di Catanelli ci dice due cose. La prima : la popolazione della città ai primi del ‘900, compresa nei cinque rioni, era di 20.000 unità: Il rione di Porta San’Angelo, il più popoloso: era di 5.400 abitanti. La seconda: la città, con le porte daziarie era simile ad un’enclave in cui la maggior parte delle risorse per il fabbisogno alla sopravvivenza del popolo venivano dalla campagna di prossimità e dalle attività economiche artigianali cittadine. Le derrate alimentari quali cereali, olî e grani, cacao, caffè, zucchero sottoposte al dazio entravano nell’enclave  e si vendevano nella piazza del Sopramuro (Piazza Matteotti), così pure le carni, frutta e verdura ed il pesce del Lago Trasimeno. Tutti i “prodotti finiti” dell’ agroalimentare erano frutto dell’attività artigianale svolta  all’interno delle mura: fornai , norcini, pasticceri :dolci rituali, apicoltori … Anche l’abbigliamento derivava da forme autarchiche di produzione: la seta dai bachi e loro sapiente bachicoltura, collegata alle copiose foglie raccolte dai floridi  gelsi della campagna ; la lana con i suoi filati, dalla tosatura delle pecore del contado. Anche la trasformazione del cotone era all’ordine del giorno. Racconta Catanelli: “Affinché le maestranze non rimanessero durante la stagione in­vernale inoperose e disoccupate, organizzò nei locali della Mercan­zia in Corso Garibaldi la fabbricazione, con circa 25 telai manuali a spola volante e sotto la guida di Ida Volpi, delle stoffe di cotone, la cosidetta cotonina”.  Anche  la produzione di cuoio per le calzature e del pellame per accessori e vestiario: le conce delle pelli degli animali “extra moenia” erano attività locali ,sparse per tutte le cinque contrade cittadine: “    Intensa è la lavorazione delle pelli da concia. Lavoro ingrato per la condizione disagiante in cui viene eseguito. L’acqua, il fred­do e la porcheria circondano i lavoranti delle pelli verdi. In Via XIV Settembre nella casa in fondo a Via della Conce c’è un’antica conceria gestita da Ugo Boveri. Alla fine della Piaggia Colombata un’altra è condotta dai fratel­li Luigi e Federico Cominazzini. A San Galigano, Luigi Mattioli ol­tre ad essere proprietario dei bagni, lo è anche della locale conce­ria’. Infine lungo la Via Alessandro Pascoli, in un casamento che sarà demolito, a ridosso dell’orto del Carluccino, c’è quella di Gio­vanni Fagioli”. Dunque, il Catanelli registra almeno una conceria per le esigenze  ogni rione.

 

Da questo scenario incastonato in  quel periodo di storia perugina, brevemente tracciato , torniamo ai giorni nostri. Il problema più critico della società post industriale è il “mallevare “, in modo organico e finalizzato, nuovi posti di lavoro che diano un’occupazione attiva e continuativa nel tempo. Tutti i settori di impiego tradizionale, sia nell’industria che nei servizi, finanche nell’agricoltura, con l’evoluzione dell’informatica, della telematica e  della robotica si sono riconvertiti tecnologicamente alla competizione globale con l’incremento della produttività. Il che significa sviluppare produzione e ricchezza, con la riduzione della mano d’opera per unità di tempo e di  produzione. Né vale l’assunto, che alcuni economisti, soloni nella materia, hanno voluto divulgare, secondo il quale il cyber progresso andrà a vantaggio dello studio e sviluppo di sempre più sofisticati software e hardware, al servizio delle produzioni tradizionali e loro derivati. E ciò avrebbe portato più competenze e più occupazione. Il che non sembra che abbia un riscontro in stato di fatto, attuale e potenziale. Vale allora la pena riprendere uno schema di solide basi della conoscenza delle antiche produzioni tradizionali locali e sperimentare, in un ambiente rimasto intatto nelle sue strutture murarie e suoi anfratti culturali , un’organizzazione di  giovanile esuberanza ed entusiasmo per le nuove start up  della nuova manualità e creatività artigianale e conseguenti incubatori di new entry.

 

 Non a  caso ho  introdotto la fase propositiva dell’idea, con neologismi di marketing. Poiché essa, se parte da una ricognizione quasi dietrologica del “come eravamo”, ad essa va fatto seguire un iter progettuale che tenga conto delle tecniche consolidate dello start up, per la pianificazione di risorse organizzative  della nuova impresa artigiana, con le implicazioni residenziali dei suoi titolari e con le indispensabili acquisizioni di know how attraverso i corsi di formazione e le esperimentazioni proprie dell’incubatore di nuove iniziative imprenditoriali (new entry).

Il progetto, con il suo indispensabile “Studio di fattibilità”  verte sull’implementazione graduale di residenze abitative e artigiane,  in un’area particolarmente vocata all’artigianato come gli innumerevoli “loci”  del rione di Porta Sant’Angelo. Lì ritroviamo nel tempo, insieme ai ricordi di Luigi Catanelli, figlio di questo borgo, una serie di mestieri da far rivivere come: artigiani della falegnameria, della rilegatura di libri, fornaciai, vetrai, arredamenti del legno a personalizzare ambienti e funzioni abitative, incisore, doratore,ombrellaio, decoratore, cuoiami, i corami (di Orlando Civi) [1]. Ed inoltre calzolai sarti, stampatori ,ciabattini, calderai (‘artigianato artistico del rame), mobilieri e tappezzieri, etc..

E’ solo un elenco parziale  dal quale fare emergere alcune combinazioni attitudinali, di cultura e manualità,  fra potenziali giovani  artigiani e uno sbocco economico di attività imprenditoriale, opportunamente mallevata nei primi due anni di start up da finanziamenti di Sviluppo Italia o Sviluppumbria: dipende da chi verrà esaminato il progetto e dalla sua esaustività di convincimento della bontà dell’idea business.

A tale elenco va aggiunto quello delle planimetrie dei locali, tuttora sfitti o inutilizzati, parzialmente o totalmente, come potrebbe essere, secondo una valutazione esterna,  parte dell’ex distretto militare, della ex Saffa, di alcuni conventi, dell’ex collegio Penna Ricci e di altre numerose civili abitazioni e negozi tuttora sfitti. Naturalmente un elenco  e planimetrie certe si potrà avere solo dopo l’avallo alla fattibilità progettuale  dall’ente finanziatore del progetto.

La strategia complessiva e l’obiettivo da conseguire si possono sintetizzare in un numero ed in un concetto. Il numero è quello di far emergere nell’arco di un quinquennio dall’inizio delle prime attività almeno 200 nuovi insediamenti fra residenze abitative e artigianali e attività indotte dall’agricoltura di prossimità. La strategia si richiama a quella istitutiva e organizzativa dei Kibbutz o se volete meglio a quella degli enclavi. Il termine e il concetto vanno letti e interpretati secondo l’ottica che serva a identificare un’area  che abbia le potenzialità a contraddistinguersi per alcune eccellenze nel campo dell’artigianato. L’identificazione, forte e precisa  sotto l’aspetto ambientale, socio demografico,  paesaggistico e monumentale-storico che promana dal rione di Porta Sant’Angelo sarà un eccezionale biglietto da vista per un completo processo di marketing dei prodotti artigianali ad esso sotteso , fruendo dello strumento dell’e-commerce per gli acquisti via internet e quello dell’incoming turistico, legato agli eventi, alle occasioni sociali e delle festività che tradizionalmente rende effervescente tutta la città. Saranno dunque sinergie permanenti e /o ricorrenti a legare il borgo con il resto della città e viceversa.

Ma il borgo dovrà implementarsi di botteghe artigiane e residenze ad esse relative e trovare sbocchi alla propria vocazione di produzioni a ciclo completo, tali da giustificare un marchio indelebile di “artigianità perugina indiscussa”. Ad esempio. Se vogliamo sposare la causa dell’integrazione agricoltura/allevamento di prossimità, una piccola conceria , seppure  con gli accorgimenti di un moderno processo antinquinamento, potrà nascere  alla base del fosso del Bulagaio, e da lì la materia prima per gli  artigiani della lavorazione del cuoio, e del pellame per borse e calzature potrà giungere rapidamente a destinazione , passando dalla porta del  Cassero, evitando l’intasamento da traffico della via  del  Corso Garibaldi, simile alla suggestiva via del   FilLungo di Lucca. L’enclave del Borgo sarà  circoscritto al rione di Porta Sant’Angelo, contrassegnato dalla spada in campo rosso, che nei secoli ha ospitato molta plebe della città. E proprio per questo più vocato ad attività dell’artigianato di pregio. Nei  tempi che furono  il rione fu  rifugio dei fuoriusciti, anche nobili. Infatti lungo la strada si incontra ancora qualche palazzotto con le finestre grandi, regolari, il portone, l’architrave o l’arco ricco di travertino. Malgrado le defezioni, l’abbandono e la profanazione di chiese e conventi, nel luogo rimangono attivi i monasteri di San Benedet­to, di Santa Caterina, di Santa Lucia, di Sant’Agnese e i frati a Monteripido.  Non sarà difficile fra tanti edifici rimasti parzialmente inutilizzati trovare la sede anche per un artigianato della lavorazione della seta, integrato con la bachicoltura alimentata dai bachi, divoratori di foglie di gelso “a far bozzoli”; foglie che proverranno dai nuovi impianti a valorizzare le terre incolte fra Montelaguardia, Montebagnolo, Monte Nero fino alla Pieve del Tezio, e attraverso  le vie interne di  Cenerente-San Marco-Ponte Doddi giungeranno fino al Cassero di Sant’Angelo. E sappiamo quanto raffinata fosse tale lavorazione presso i laboratori dei  bachicultori perugini Rodolfo Pucci, Vittorio Cesa­rei, Antonio Mollaioli e Giulio Bellini. Nell’enclave così descritto già opera da tempo l Giuditta Brozzetti  con il  Museo-Laboratorio di tessitura a mano in Via Berardi.

 

Ma l’enclave di Porta Sant’Angelo si dovrà qualificare non solo per l’offerta di prodotti artigianali  di alta qualità del borgo, che si andrà a svolgere lungo le sue vie e vicoli ma anche per l’organizzazione della sua viabilità, per lo smaltimento dei residui solidi urbani, per la comune partecipazione agli eventi ed alle occasioni sociali della sua comunità. Ci sarà anche un organigramma gerarchico-funzionale con componenti elettivi per il governo del borgo, che andranno a scandire tutte quelle necessità impellenti a far consolidare e prosperare la sua economia diffusa. E soprattutto, stante la religiosità dei membri della corporazione fin dai tempi di Braccio Fortebracci da Montone, tant’è che ogni tipo di artigiano ha il suo Santo Protettore, l’enclave si identificherà, per il  suo  indispensabile imprinting spirituale e religioso,  nella parrocchia di Sant’Agostino e dei suoi amministratori della Congregazione Agostiniana.

 

Perugia, 26/03/2018

Rino Fruttini

 

 

 

 

 

 

 

 

[1] (Il corame, dal latino corium, è un cuoio lavorato e stampato a motivi decorativi usato prevalentemente sotto forma di pannelli destinati all’arredamento, nel rivestimento di libri, seggiole, cofani, astucci e vari oggetti. Viene chiamato anche cuoio cordovan.)

SINTESI DELLO “STUDIO DI FATTIBILITA’ PER LA REALIZZAZIONE DI UN CENTRO INTERNAZIONALE DEI DIRITTI DELL’UOMO ”

 

 

I prodromi di un’idea forza

 

Una struttura architettonica significativa per la sua impostazione originale; un esempio di strumento funzionale, nell’organizzazione di vita associata (per quanto coatta), come quella di un penitenziario; la memoria di secoli di “diritti negati”, dal Settembrini fino ai confinati antifascisti.

 

Ecco, solo per questi motivi di memoria storica e di interesse per le sue potenzialità strutturali, innovative , il panottico 1dell’isola di Santo Stefano, nel comune di Ventotene merita di essere recuperato a ruoli di grande importanza e prestigio, come la sede permanente di un “Centro internazionale dei diritti dell’uomo”.

 

Immaginate il teatro San Carlo di Napoli, quasi raddoppiato nella sua capienza complessiva. Pensate ai palchi , in una stridente trasformazione di destinazione d’uso: da spettatori di una pièce teatrale  a detenuti di pene da scontare, in piccole celle di detenzione . Apprezzate l’idea geniale, sotto l’aspetto dell’organizzazione “taileriana” del lavoro,  di una postazione di controllo e monitoraggio della vita quotidiana dei detenuti al centro della platea, la quale diviene anche , opportunamente suddivisa a raggiera, un luogo per l’ora d’aria dei vari gruppi di detenuti. Immaginate poi nel palcoscenico, nel proscenio e nell’area dei  servizi di scena, vi siano allocate tutte le  funzioni organizzative di un carcere: dalla direzione, fino alle cucine e alla sala mensa per i dipendenti, dai servizi di prima assistenza, fino all’armeria dei secondini, dalle celle di punizione, fino agli uffici della matricola ed ai magazzini della sussistenza.

L’ex  penitenziario di Santo Stefano è dunque , ancora oggi, nonostante lo stato di grave degrado che lo caratterizza, un esempio unico di architettura per lo svolgimento organico di funzioni di vita associata che va non solo salvaguardato come tale, ma reso attivo per innovazioni di attività del turismo culturale che solo con la costituzione di un centro studi può prendere vita. E nessun luogo ha caratteristiche strutturali e storico – culturali  come l’ex carcere di Santo Stefano, per  essere destinato a Centro Internazionale dei Diritti dell’Uomo.

 

 

La valenza politico-culturale di elaborazione e coinvolgimento tematico- organizzativo sui  : “Diritti dell’Uomo”

 

Nel momento storico attuale, governi, organismi internazionali e la stessa opinione pubblica riservano molta attenzione alle problematiche connesse “ai diritti dell’uomo”, comprendenti, secondo la distinzione proposta nella Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo delle Nazioni Unite, i diritti civili e politici da un lato e i diritti sociali, culturali ed economici dall’altro. I primi sono considerati classici diritti dell’uomo, spettano a tutti gli esseri umani in quanto tali, a prescindere da qualunque riconoscimento giuridico o legislativo. Tra questi citiamo il diritto alla vita, alla libertà, il diritto di manifestare il proprio pensiero, di riunirsi od associarsi. Essi si traducono sostanzialmente, in un obbligo di non ingerenza da parte delle istituzioni pubbliche che può essere definito con sufficiente precisione e che può trovare immediata applicazione: lo Stato deve, in pratica, astenersi dal porre in essere comportamenti che possano limitare ingiustamente questi diritti: non può, ad esempio, detenere persone in carcere senza un giusto processo, riservare trattamenti disumani, impedire riunioni, fare discriminazioni tra gli individui.

Alcuni importanti diritti riconducibili alla tipologia dei diritti sociali, culturali ed economici sono, invece, il diritto alla salute, all’istruzione, al lavoro, all’informazione, alla sicurezza sociale; essi, per la loro attuazione, richiedono necessariamente l’intervento attivo dello Stato e la loro realizzazione non può essere immediata ma richiede uno sviluppo progressivo in quanto collegata a vari fattori economici e non, interni ed esterni allo Stato; i diritti “sociali”  sono  strettamente collegati ai diritti civili: a cosa servirebbe, infatti, ad un cittadino esprimere il proprio voto o manifestare liberamente la propria opinione se allo stesso non fosse garantito un posto di lavoro, una casa, la possibilità di istruirsi o un luogo dove curarsi?

La differenza tra le due tipologie di diritti si ripercuote, oltre che nella definizione e nella diversa natura degli obblighi che gli Stati devono assumere, anche nei meccanismi di controllo. Per i diritti civili è, infatti, possibile realizzare un procedimento di verifica che ha quasi un carattere giurisdizionale, per i diritti sociali è possibile soltanto monitorare periodicamente il grado della loro attuazione.

 

 

 

Lo stato di degrado dell’intero complesso ex carcerario di Santo Stefano

 

Da quando nel 1965 il penitenziario ha cessato di svolgere le sue funzioni, la struttura è stata abbandonata, senza manutenzione e interventi di restauro e/o di consolidamento. Oggi il suo recupero significa , dopo aver definito e progettato le sue nuove destinazioni d’uso e le possibili alternative di programma gestionale, una spesa in termini di investimento di notevole entità la cui sostenibilità, in termini di costi/benefici, potrà essere giustificata solo grazie all’intervento di una forte valenza politica e culturale, che renda il complesso bene monumentale a tutti gli effetti, e ne faccia emergere i pregi ambientali e architettonico – funzionali,  finalizzati ad attività legate al turismo culturale.

 

 

Le ipotesi di attività di turismo culturale per il Centro Internazionale dei Diritti dell’Uomo

 

               Lo schema di panottico secondo innovative destinazioni d’uso

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Per seguire una logica di sostenibilità alternative, anche sul piano economico-finanziario, sono state elaborate tre ipotesi progettuali, in tre varianti di : base, intermedia, integrata.

 

L’ipotesi di base  prevede sul piano strutturale il  recupero del solo panottico (come da progetto originario del Carpi del 1792) e la eliminazione di tutte le altre strutture, compresa la Palazzina del direttore , e le superfetazioni.

Sul piano gestionale tale ipotesi  prevede la costituzione del Centro Studi, limitata all’attività di visite guidate e attività caratteristica di solo ricerca ed editoria e con le attività funzionali minimali per i servizi di alloggio e sussistenza ai dipendenti del centro.

 

 

L’ipotesi intermedia  prevede sul piano strutturale un intervento come per l’ipotesi di base.

Sul piano gestionale la costituzione del Centro Studi, estesa dall’attività di visite guidate ed attività caratteristica di ricerca ed editoria, alle attività di stage e convegni con il supporto di attività funzionali minimali, per i servizi di alloggio ai dipendenti del centro, e di alloggio e ristorazione agli ospiti interessati (attività business).

 

Il budget investimenti e funzionale, a regime, di tale ipotesi  è il seguente:

 

 

 

 

L’ipotesi integrata  prevede sul piano strutturale un intervento di recupero del panottico nella sua dimensione attuale , con l’aggiunta della palazzina del direttore.

Sul piano gestionale prevede la costituzione del Centro Studi, estesa oltre all’attività di visite guidate e attività caratteristica (di ricerca , editoria, stage e convegni) anche alle attività integrate come il centro museale, l’esposizione attività artigianali nel mondo quale espressione del diritto al lavoro, centro musicale, centro osservazione degli astri, etc. Il supporto delle attività funzionali sarà articolato al massimo delle potenzialità di ricettività (max. 200 presenze giornaliere nell’isola) per i servizi di alloggio ai dipendenti del centro, e di alloggio e ristorazione agli ospiti interessati per le attività “consumer” e “business” .

 

 

Le fonti di finanziamento per le strutture sono state individuate nel Docup, az. III, 1.2. per  186 Meuro e sempre nel Docup, Az. III, 2.1  e Az. III, 2.2.; per la gestione nel POR , Misura C2 e C3 (formazione) rispettivamente per €.125.000  ed €. 170.000 per ogni corso.

 

 

Se facciamo un confronto fra le tre ipotesi, a livello budget funzionale, si raccomanda la ipotesi integrata, anche se presuppone il massimo impegno organizzativo e gestionale. Ma essa rappresenta la soluzione più idonea  sul  piano  sia della valorizzazione del bene, sotto l’aspetto monumentale, sia fruizionale e socio economico, in quanto verrebbe a soddisfare  le attese di sviluppo di un turistico di qualità  della zona. Inoltre i presupposti di marketing, per un’attività di successo, anche da un punto di vista di equilibrio costi/ricavi di una gestione privatistica, ci sarebbero tutti, come si evince dal capitolo B dello Studio di fattibilità.

Se teniamo poi conto del rapporto fra costi di investimento e ricavi funzionali dell’ipotesi integrata, essa può avere uno sbocco realistico di fattibilità  solo con un forte, consistente e convinto intervento dello Stato, anche mediante una Joint venture.

 

Resta da valutare l’approccio alla sostenibilità finanziaria del progetto di demolizione, consolidamento , restauro e ristrutturazione dell’edificio, nonché quella delle infrastrutture, legate alla logistica: approdi ed utilities di supporto alle attività gestionali: energia, smaltimento rifiuti, approvvigionamenti, mobilità che tuttavia, secondo le linee tracciate nello studio di fattibilità si presentano, si, come problemi, ma con altrettante soluzioni percorribili.

 

 

Perugia, giugno 2003

 

1   Francesco Carpi, architetto del penitenziario,  quasi contemporaneamente al diffondersi in Europa del progetto del “Panopticon” ideato dai fratelli Samuel e Jeremy Bentham, progetta e costruisce questo gioiello architettonico: un panottico a cielo aperto, una struttura emiciclica, una esedra, un anfiteatro a matroneo…. una grande arena di derivazione spagnola, sulle cui gradinate anziché gli spettatori della corrida, prendono posto le celle facilmente controllabili da poche unità di personale disposte in posizioni strategiche: “che nel mezzo di esso muro in alto sta una loggia coverta, che comunica con l’edifizio esterno, e su la quale sta sempre una sentinella che guarda e domina tutto in giro” (L. SETTEMBRINI, 1961:).

 

IL “TESTONE” NEL CENTRO STORICO DI PERUGIA

IL testone Nel centro storico di Perugia
Nel centro storico di Perugia, ormai da tempo ha preso piede fra i giovani un fast food cosiddetto di strada. Panino con porchetta; hamburger con mostarda; pizza al cono e coni di patatine fritte. E poi, via a mangiarseli, in comitiva, seduti sugli scalini di una via (Baglioni?) o di una piazza (IV Novembre?). Ed uno pensa: ma in fondo che ci vuole a preparare questi cibi. E’ banale. Eppure i punti di somministrazione di tali cibi sono organizzati in franchising, con marchi, anche di multinazionali come Mc Donald’s, e più circoscritti come Mr. Chips. Ora anche le salumerie, scomparsi i negozi di gourmandise tradizionali, come Finetti, in Via Danzetta, o Corradi per le scalette di Sant’Ercolano o Romano per via dei Priori , o Sartoretti in Via della Viola, tanto per citare i più recenti, si presentano in franchising. L’ultima quella in piazza Matteotti , all’altezza di Via Danzetta che in corso d’opera d’insediamento suinicolo, si presenta con un marchio di specialità toscane in franchising come da foto allegata. Mi domando: ma dove sono finiti i norcini perugini , quelli della lavorazione del maiale, allevato in piccole porcilaie della campagna di prossimità e lasciato allo stato brado (ma non troppo) che si impinza nella stagione invernale delle ghiande cadute a terra, per essere lavorato nelle giornate di freddo intenso? Ma non è questo il punto. Per contro c’è un’ insegna della ristorazione, sempre circoscritta al “mordi e fuggi” che ha preso piede anche nel Centro Storico, sempre in Piazza Matteotti . D’altra parte questa piazza è per tradizione la sede di specialità culinarie, le più varie e di carni pregiate, ultima rimasta quella di Santa Croce dell’esperto Gerbi Rinaldo.

Grande successo ha dunque ottenuto “Il Testone” con la sua proposta, questa si tutta perugina ed autoctona, almeno per il companatico, di ottima “torta al testo” da cui il marchio “testone”. Ma il termine “testone”, nel senso di “grande testa” e non di “grande testo”, strumento per la cottura della “torta al testo perugina”, (la piadina marchigiana ne è una copia quasi fotostatica!), fu un epiteto usato nel ventennio fascista per esorcizzare il “duce” e ridicolizzarlo nelle sue pose auliche e liriche. Il regista Federico Fellini nel suo film, premio oscar “Amarcord”, in una scena di grande effetto scenico, fa emergere nel fondale di una grande manifestazione della Rimini fascista della sua giovinezza un enorme immagine floreale della testa di Mussolini , detta appunto dal popolo “testone”. Bene. E veniamo ai giorni nostri ed alla tensione che in clima elettorale si è materializzata fra giovani dei vari schieramenti, per semplificare: post fascisti e post comunisti. Cominciamo a renderci conto che fascismo e comunismo sono due ideologie, dottrine, dittature che ormai debbono essere decadute nell’oblio, non della memoria dei posteri, conservatori di esegesi tragiche ed a volte eroiche, ma decantate e umanizzate nel buon senso della gente. Ed allora propongo che il logotipo “il testone”, nell’effige di Mussolini, così come giganteggia nella foto che allego diventi il marchio dell’omonima torta al testo perugina, e nel contempo alcuni piatti della cucina della ditta perugina siano denominati : “ZiKipaKi”(sandiwich farcito alla melassa), “ZiKipu ( sandiwich farcito al ketchup). Sarà un modo per evocare il “meticciato” dei nostri legionari in Africa (vedi foto allegata) . E poi per equilibrare le due ideologie (fascista/comunista) un piatto di “insalatona alla Soviet” e una “birra umbra leninista”. Ed infine una “panzanella al mustacciolo di staliniano ”. Sono sicuro che giovani di Casa Pound fraternizzeranno con quelli di Potere operaio, e il gruppo di Ordine Nuovo con i giovani dei centri sociali. In fondo si tratta sempre di specialità culinarie di strada. E la strada si sa , è maestra di vita e di acculturamenti sociali. Tutte premesse per fraternizzare fra giovani che, una volta tanto non sono divisi da classi sociali e di censo ,ma semplicemente da fregnacce pseudo ideologiche.