Caro Vittorio

 

 

Da: Rino Fruttini [mailto:rino.fruttini@gmail.com]
Inviato: giovedì 30 maggio 2019 10:07
A: ‘direzione@liberoquotidiano.it’
Oggetto: La politica tribale dell’Italia e della Padania

 

Caro Vittorio,

l’aver  rivisto ieri su La7 il magnifico film “Lawrence d’Arabia” , ambientato nel conflitto medio-orientale della prima guerra mondiale , mi ha stimolato la seguente metafora, della quale mi piace farti partecipe.

Un caro saluto (e mi raccomando con l’Italexit: state cauti!)

Rino Fruttini

 

“La nostra politica nazionale si sviluppa per tribù, secondo gli schemi ancestrali: vedi ad esempio la Libia di oggi. Solo due fondamentali vantaggi ci distinguono : lo zoccolo duro dell’amministrazione dello Stato, che è la burocrazia della PA, e il riferimento costituzionale alla monarchia repubblicana del popolo sovrano: il Presidente della Repubblica. Oggi la tribù che gode più di altre il consenso dei suoi indigeni è quella leghista, che fa capo al “gran visir” Matteo Salvini, molto legato all’autarchia economica, con i dazi sulla circolazione delle merci, e con la marcatura del territorio ,in particolare della Padania, secondo lo schema gattofilo (vedi link ttps://www.miciogatto.it/marcatura-del-gatto-perche-gatti-marcano-territorio-farli-smettere/). Poi abbiamo la tribù cosiddetta dei “grillini” , una consorteria di “fancazzisti” che campano con le sinergie del “sussidio tribale”, combinato al PIL della Padania , ovvero i tribali padani che per comandare sul territorio nazionale si autotassano per garantire ai grillini fancazzisti il “sussidio tribale”. Queste due tribù, che governano l’intero territorio nazionale, secondo il modello dell’ “ossimoro cartesiano”, che in “una somma cambiando l’ordine dei fattori il risultato resta invariato “, sono riuscite a trovare l’elisir di lunga vita della legislatura tribale. Infatti la loro forza bruta viene apprezzata a fasi alterne, favorevoli e/o sfavorevoli ora ai i tribali leghisti, e tal’altra a quelli grillini. Ma comunque sono sempre loro a governare. E le altre tribù sono ai margini degli accampamenti dei sovranisti, in attesa della prossima guerriglia tribale. C’è la tribù dell’ “amazzone ” detta dei “meloni” per il loro acume nel perseguire la strategia della crescita esponenziale dei suoi adepti . Ed ancora quella del principe di Arcore, che raccoglie l’intellighenzia delle piccole tribù della comunicazione e dei servizi. Ed infine la tribù dei proletari delle oasi sparse per tutto il territorio. I renziani, i calendiani, i prodiani, i zingarettiani sempre fra loro in competizione , in piccole scaramucce che tuttavia non impressionano , anzi rafforzano, il gran visir , ormai saldo nel suo scranno imperiale. Ecco disegnata la metafora della politica tribale nazionale. Ed in tale scenario di folklorica composizione di costumi arabeschi e di istanze , appunto, tribali, ben venga la conferma di una governabilità grillo/leghista.”

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RINO FRUTTINI

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Due anni fa la mia e mail a Vittoro Feltri sul referendum dell’autonomia regionale. Vedi pag. 293 del mio libro “Caro Vittorio ti scrivo…”

E che “Dio ce la mandi buona”. E non è un’espressione scolastica (te la ricordi, Vittorio!) sulla supplente a sostituire la titolare della cattedra d’italiano, piuttosto acida e bruttina del liceo

 

Da: rino.fruttini@gmail.com

A: direzione@liberoquotidiano.it

Inviata: lunedì 2 ottobre 2017, 13:49

Oggetto: E che “Dio ce la mandi buona”. E non è un’espressione scolastica (te la ricordi, Vittorio!) sulla supplente a sostituire la titolare della cattedra d’italiano, piuttosto acida e bruttina del liceo.

 

Caro Vittorio,

il fenomeno della rivendicazione di autonomia di popolazioni che, avendo riscoperto una loro distinta identità geografica, politica, culturale se non anche di etnia tribale, intendono farne strumento di consolidamento ideologico, nel perseguimento dell’autogoverno, separato da quello centrale, al quale finora avevano fatto capo, si sta propagando in diverse parti del mondo. La Cecenia dalla Russia, la California dagli USA, il Kurdistan dall’Iraq, la Catalogna dalla Spagna, ed infine non poteva mancare, per il fenomeno del “me too”, Lombardia e Veneto che non vogliono dipendere da Roma.

Il fenomeno del “me too” è una delle tecniche della ricerca di marketing per catalogare due categorie di acquirenti di nuovi prodotti: i “creativi” ed i “passivi”, caratterizzati anche da diversi interessi e attività quotidiane, ma visti unicamente in quanto strettamente legati al fenomeno di consumo considerato. La Lega di Salvini, ora sovranista, ma fino all’altro ieri secessionista/autonomista, da poco ha scoperto, con la tecnica passiva del “me too” che anche in Italia è “cosa buona e giusta” organizzare il referendum per l’autonomia da “Roma ladrona”. Certo, i fenomeni con le loro problematiche, sono ben diversi fra loro. La Cecenia, ad esempio, aveva ragioni non indifferenti per sganciarsi da una Russia oppressiva e prepotente. Il Kurdistan in questi giorni intende non farsi depredare dall’Iraq delle sue risorse petrolifere. Ma California in USA, Catalogna in Spagna e Lombardo-Veneto in Italia ed in Europa, come possono le loro popolazioni e i loro governanti volere più autonomia rispetto al governo centrale, più di quanto non ne abbiano tuttora.

E qui intendo aprire una parentesi di logica evoluzione della storia contemporanea, per quanto riguarda noi italiani. Ci sono volute tre guerre di indipendenza per portare le due terre redente nel recinto dello stato sabaudo piemontese, prima, e repubblicano nazionale italiano, poi. Passi per la Lombardia, che già allora era una regione economicamente autonoma e ad un buon livello di reddito pro-capite. Ma il Veneto, colonia asburgica, era un aggregato di poveri disgraziati, con le pezze al culo, decimati da ricorrenti morie di pellagra che grazie alla protervia volontà dei suoi giovani se la cavò fino al ventennio fascista con l’emigrazione nelle lontane Americhe. Poi con Mussolini al governo, dal 1925 decine di migliaia di veneti partirono, imbarcati sui piroscafi per sfruttare le risorse agricole dell’Africa Orientale (il petrolio ancora non era lo strumento di industrializzazione che ben conosciamo) ; i più fortunati invece emigrarono nel Meridione a concludere la bonifica dell’Agro Pontino o del’Agro Metapontino, o quella del grossetano, tanto per citarne alcune. Nel dopoguerra il Veneto cambiò pelle, connotati e stile di vita. Oggi guida la classifica europea del benessere, dell’efficienza delle proprie imprese, dell’efficacia dei servizi pubblici, della produttività dell’intero sistema. Una regione modello, dunque. Ma i veneti, ed a maggior ragione i lombardi, che non sono da meno per il Guinnes di simili primati, ora vogliono soprattutto una cosa; l’intervista del Governatore Zaia alla trasmissione della Annunziata, “1/2 ora in più” ce lo ha confermato poche ore fa: autonomia amministrativo finanziaria come quella della regione a statuto speciale Trentino-Alto Adige. Il che significa non versare un euro all’erario statale, ma trattenere tutto il gettito nella tesoreria regionale di Venezia e Milano. Evidentemente Zaia ed i suoi sodali non conoscono la storia dell’Alto Adige, un lembo di terra in cui la maggioranza etnica era di lingua tedesca e non aveva alcuna voglia di essere tolta alla madre patria austriaca, sconfitta dall’Italia nella prima guerra mondiale. Vale la pena leggere, dell’altoatesina Lilli Gruber, il libro Eredità in cui emerge tutto l’attaccamento dei suoi genitori e nonni verso le tradizioni austro-ungariche e la disciplina degli junker teutonici.

L’unica vera motivazione a fronte del referendum è dunque di ordine economico. I lombardo-veneti affermano che il differenziale di imposte e tasse che va a Roma e che non ritorna a Milano e Venezia, attraverso i trasferimenti a Regione, Province e Comuni, ammonta a 70 miliardi di euro. Ebbene, questo malloppo che viene sottratto al valore aggiunto del loro PIL deve essere governato da loro. Veneti e lombardi decidono, in base ad un loro criterio di solidarietà patriottico-sovranista, se, come e quando trasferirlo, con progetti da loro elaborati gestiti e controllati nelle regioni che meno di loro godono dello sviluppo delle proprio lavoro e stante la scarsità degli altri fattori della produzione.

Se viene accettato questo sperequato criterio di distribuzione del reddito, viene meno il principio di nazionalità e cittadinanza, ovvero di Stato rappresentativo del popolo italiano. Ed ancor più si compromette il processo di unificazione politica dello Stato Europeo. Ma in fondo questo è il vero obiettivo di tutta questa manfrina di scombussolamento di quelle poche certezza che ancora l’opinione pubblica può far valere verso l’Europa, politicamente unificata o statalmente federata.

In realtà fin da ora i lombardo-veneti sono chiamati alla gestione del gettito tributario nazionale, anche di quello generato dal loro processo economico industriale, partecipando alla rappresentazione elettorale, attiva e passiva, degli organi nazionali, Parlamento e Governo in primo luogo. Ed allora tutto questo inutile ambaradan di mobilitazione non avrebbe alcun significato se non facesse correre il rischio, o la opportunità, secondo il punto di vista leghista di Matteo Salvini, di una secessione.

E qui caro Vittorio, e mi devi scusare se solo ora ti coinvolgo in prima persona, in questo mio dire, mi viene in mente quanto il saggio e maturo Gianpaolo Pansa preconizzò settimane or sono al salotto televisivo “Otto ½” della Lilli esternando le sue preoccupazioni di una imminente e probabile rivoluzione nelle italiche contrade, poiché molti, troppi erano i motivi del contendere; e neppure tutti ben chiari e definiti. E sappiamo tutti come dalla massima di Mao Tze Tung: “Grande è la confusione sotto il cielo: la situazione è eccellente”, possano emergere scenari al cui confronto il pericolo per la democrazia di un Renzi, “solo al comando”, all’indomani di un risultato referendario positivo di riforma costituzionale del 4 dicembre 2016 fa semplicemente sorridere.

Ed in un contesto di referendum consultivi, seppure parziali regionali, ci si può anche intravvedere una contestazione “lombardo-veneta dietrologica” secessionista verso nostalgie asburgiche; in fondo sarebbe preferibile, secondo alcuni, Berlino e/o Vienna ladroni, anziché Roma, come per l’Alto Adige! Solo che, se gli Alto Atesini fecero veder i sorci verdi alla polizia italiana, con le loro sanguinose smanie secessionistiche e attività terroristiche degli anni ’50-’60, non mi pare che i lombardi veneti possano vantare un pitigry di tale specie. Né tanto meno abbiano voglia di distruggere tralicci e divellere rotaie di linee ferroviarie.

Spero che i due referendum si risolvano con una messa in scena pre elettorale voluta dalla Lega di Salvini per aumentare il proprio valore aggiunto di una politica nordista, visto che le trasferte sovraniste nel Mezzogiorno finora non hanno dato i risultati sperati. Ma alla lunga l’opportunismo camaleontico di Matteo Salvini non paga. L’operazione di centro-destra,  sovranista con Gianfranco Fini al Sud, leghista secessionista con Bossi al Nord e adulterata da una Forza Italia aziendalista di Berlusconi estesa a macchia di leopardo in tutta Italia fu l’armata brancaleone vincente nelle elezioni del 1994 ed a seguire. Ma poi se n’è vista l’evoluzione.

Non c’è pace nella politica dei movimenti e dei partiti; ed allora tutti i mezzi sono buoni per esaltare la demagogia autonomista di Salvini e il nichilismo antistato di Grillo.

E che “Dio ce la mandi buona”! E non è un’espressione scolastica (te la ricordi, Vittorio!) sulla supplente a sostituire la titolare della cattedra d’italiano, piuttosto acida e bruttina del liceo.

Rino Fruttini

 

Ormai zappare non basta più. Agricoltura in cerca di manager

Caro Vittorio,

leggo con interesse l’articolo di Andrea Scaglia “ I contadini del terzo millennio. Ormai zappare non basta più. Agricoltura in cerca di manager”

(Libero del 16 gennaio ’18) . La cosa più significativa è la conclusione con un commento di un addetto ai lavori: “Si, si,tutto giusto, tutto nuovo. Computer, manager. Però guarda te lo dico, quando si tratta di campagna qualcuno che metta  le mani nella merda ci vorrà sempre”. Analoga riflessione ho svolto qualche tempo fa in materia di artigianato, con una relazione tenuta al convegno a Perugia di Italia Nostra. Ti allego due documenti su tale argomento. Sono sicuro che qualcuno dei tuoi collaboratori esperti in materia di economia,  anziché accanirsi sempre sulla UE ed € , contrapponendo il  sostegno di un sovranismo fasullo, in competizione con la globalizzazione inevitabile, possa trovare spunti di riflessione, su strategie di un localismo nel contesto dell’e-commerce e del web.

Buona lettura.

Con affetto

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RINO FRUTTINI

 

L’ultima e mail a Vittorio Feltri

Caro Vittorio,

da alcuni giorni le mie e mail ritornano con una conferma: “non letta”. Peccato che tu non ne prenda contezza; ché esse contengono utili suggerimenti alla linea politica del tuo giornale, in materia di economia. E non solo. Ad esempio:  nel tuo fondo su ” Libero”  del tre gennaio 2019 svolgi una severa critica alla mancanza di “bon ton” del tuo mentore  Matteo Salvini,  circa il suo comportamento nell’esibirsi in filmini da Face Book, sopra il tetto del Viminale, la sua sede di ministro dell’interno “pro tempore”, mentre addenta un “panino pluristrato  Mac Donalds “, o un companatico alla Nutella. Per inciso: come autorevole sponsor di queste multinazionali, egli avrebbe il diritto ad un compenso, per una diffusione di questi marchi, almeno agli oltre due milioni del target dei suoi  followers. Poi nella prima pagina di oggi (4 gennaio) sfotti il Presidente del Consiglio Conte , mentre si prodiga in un galante baciamano alla sua pari grado tedesca , la signora Angela Merkel.  Ma ti capisco, caro Vittorio. In tal modo continui a mantenere una tiratura della tua creatura, almeno ai livelli di 107.000 copie giornaliere. Il che è un buon viatico per un’autonomia economico-finanziaria, a decorrere dall’anno 2020, con l’esaurimento dei contributi statali ai giornali stampati.

Questa, caro Vittorio, è solo la premessa della  mia presente lettera email, che ti preannuncio lunga , documentata e articolata. Infatti mi piace ora confutare, analizzando  punto per punto il servizio sull’Euro di “Libero” del 31 dicembre u.s. . Oltre cinque pagine di testo, grafici, commenti elaborati dai tuoi consulenti economici, confortati nell’ideologia Italexit, da brevi sinossi del pensiero di ben quattro economisti, premi nobel. Ne  emerge che le nostre disgrazie, passate , presenti e future , in materia di economia, siano  da imputare a tre personaggi della politica: Prodi, Ciampi e Andreatta, rispettivamente Presidente del consiglio, Governatore della Banca d’Italia e Ministro del Tesoro, del periodo incriminato, ed  a due fattori: la decisione  sul finire del 1981 del Ministro del Tesoro Andreatta, d’intesa con il Governatore della banca d’Italia Ciampi di rendere l’Istituto  completamente autonomo dal Governo. Con ciò veniva tolto l’obbligo dell’acquisto dei BOT rimasti invenduti alle aste. Ma i tuoi esperti, caro Vittorio, non si sono resi conto che con gli anni ‘80 le cose potevano e dovevano cambiare; la Nazione, nonostante un tasso di inflazione superiore al 20%,  era ancora in tempo a modificare la rotta. (Nel grafico, il tasso annuo di inflazione in Italia dal 1970. E’ evidenziato il limite del 2% definito dalla BCE dal 1999.Dati: FMI ). Molti furono i salvagenti che l’Italia aveva a disposizione; da una parte c’era l’Europa che chiamava, dall’altra vi erano centinaia e migliaia di piccole e medie imprese che avanzavano e cercavano di rialzare il ruolo svolto dalla nostra economia nel mondo. Con l’avvento del nuovo decennio, ’80-’90, ed un’economia globale in cui tutte le barriere iniziavano a crollare, l’Italia si trova ad un bivio, scegliere se pagare il conto del saldo passivo dell’inflazione  e andare avanti verso la strada della virtuosità europea, oppure continuare ad illudersi e rimanere isolati dal resto del mondo. Ovviamente la scelta fu la prima, e la si può intravedere dalle decisioni che i cittadini presero.  L’ abbandono della scala mobile, la sconfitta dei partiti storici alle elezioni dell’aprile ‘92, il referendum sulla riforma elettorale sono solo alcuni dei messaggi che in quegli anni venivano indirizzati alla classe dirigente.

Il secondo fattore delle nostre disgrazie viene imputato all’entrata in vigore dell’Euro come moneta di conto, nel 1999 con il governo Prodi . E per meglio argomentare le loro tesi, i tuoi esperti, caro Vittorio,con alla testa il dr. Michele Zaccardi  hanno lanciato agli improvvidi lettori di Libero una raffica, in sequenza,  delle seguenti espressioni e grafici di dati statistici di fonte Istat,Ocse, FM  che, in gergo si dice “bench marking” o analisi comparate, atte a dimostrare come si poteva stare meglio, con la nostra “liretta”,  se tutto fosse continuato senza Andreatta nel 1981 e Prodi nel 1996-1999 .

 

Ecco i fenomeni catastrofici  che l’equipe di Zaccardi, formata da Giovanni Piero Rotundo, Adriano Bascapè è andata  a scrufugliare fra le carte polverose di Via Cesare Balbo, la sede Istat a Roma .

  • Gli italiani in povertà assoluta sono aumentati del 67%; quelli di povertà relativa del 20%
  • Il Pil pro capite, seppure con qualche oscillazione negativa nella crisi del 2008 è rimasto costante. Tuttavia con una divaricazione negativa  se confrontato a quello tedesco di almeno 30 punti .
  • La crescita senza Euro, in una simulazione con la Lira moneta di conto dal 2000 fino al 2017 ci avrebbe portato a ben 10 punti di differenziale ,rispetto al PIL procapite oggi conseguito con l ‘ Euro.
  • il Reddito Pro Capite che nel 1996 era superiore di 3 punti percentuali a quello medio dell’Eurozona a 12 membri, oggi è invece inferiore a 15 punti verso  l’Eurozona a 28 membri.
  • nel 2000 l’Italia era la 8a potenza economica nel mondo ; ora è la 9a. Nel 1974, eravamo la 5° potenza; ma ancora non c’era né Cina, né Brasile né India a competere nella corsa alla crescita dell’economia mondiale .
  • In 17 anni di Euro, il nostro Pil è cresciuto del 2%, mentre quello della Spagna del 30% e quello della Germania del 24%, e della Francia del 21%.
  • Il nostro export mentre con la lira dal 1985 al 2001 è cresciuto ad una media annua del 7,9% (quello tedesco del +9,4%), con la Lira , dal 2002 al 2007 solo del +2,2% ( la Germania +6,7%).
  • Infine nel servizio di ben 5 pagine di commenti e tavole sinottiche viene rilevato come tutte le nazioni che fanno parte della UE, ma non hanno aderito all’Euro, hanno registrato dal 2002 al 2017 più alti incrementi di PIL che non le nazioni  con l’Euro.

 

Ma andiamo un po’ a ritroso nel tempo. Il concetto ideologico e  la dimensione geopolitica di Europa è sempre stato nei secoli ,un obiettivo di popoli e regnanti. Ben due guerre mondiali del XX secolo sono deflagrate per una politica , oggi diremmo “sovranista” che ha sortito una cultura ed un fanatismo di espansione geografica ed una politica teutonica di nazione egemone. Il tuo collaboratore esperto di economia, Giovanni Piero Rotundo conclude il suo articolo sostenendo, in una parafrasi del pensiero dell’economista statunitense , Martin Feldstei, che con l’Unione Europea non solo il rischio di una guerra intra-europea veniva ad aumentare, sebbene le cause di conflitti  fra Europa e Stati Uniti. Il che contraddice il principio delle aggregazioni istituzionali  di stati ,a semplificare i rapporti internazionali e facilitare il processo di pace. Dunque il progetto di Europa “work in progress”,  da  30 anni integrata negli stati tradizionali , si è evoluto con i suoi step attuativi, a partire dalla  CECA (Comunità europea del carbone e dell’acciaio), e poi al Consiglio d’Europa , ed ancora altri organi: la CEE, tesa a eliminare ogni barriera doganale all’interno degli Stati aderenti, e l’Euratom, mirante a sviluppare industrie nucleari europee per scopi pacifici; ed infine la  Commissione Europea, affiancata, nel 1979 dal Parlamento europeo, fino ai trattati di governo, il trattato di Maastricht e  nel 1999 l’Euro  e la Banca centrale europea. Ad oggi gli stati aderenti alla UE sono 28. Solo 8 non hanno aderito all’Euro. Mi pare una progressione di avvenimenti di notevole importanza, per affermare che L’Europa è, a tutti gli effetti, uno Stato Sovrano.  E che il fenomeno del sovranismo di certi movimenti domestici debba essere destinato al potere  centrale del Parlamento europeo ed ai suoi organi esecutivi, che non ai revanscismi di bassa strategia localista, questo è un altro passo da fare verso l’ulteriore integrazione strutturale di governo.

Ma per chi legge il pamphlet di Libero , quasi un “accrocchio” di “tesi luterane, protestanti”, affisse “alla porta della chiesa dell’ideologia dell’Italexit” fieramente avverse all’Europa ed all’Euro, dopo una semplice lettura, non può che giungere alle seguenti conclusioni, esattamente contrarie agli assunti che i  tre esperti di Libero si proponevano dimostrare .   Il divorzio della Banca d’Italia dal Ministero del Tesoro fu provocato da un’ esigenza di proteggere il potere d’acquisto della Lira ed evitare l’ulteriore incremento dell’inflazione, che negli ultimi anni di era incrementato fin quasi  il 25%.  Fino ad allora , se il mercato non voleva i BOT  al tasso stabilito dal Tesoro, la Banca d’Italia li acquistava, immettendo così moneta fresca nel sistema, ma senza le coperture di titoli provenienti dal mercato. Quando Andreatta divenne ministro del Tesoro,  subito avvertì il disagio di un’ economia che, dopo il secondo shock petrolifero del 1975, con il balzo delle quotazioni del petrolio e di tutte le commodities aveva portato il tasso di inflazione a due cifre. La scarsa propensione al risparmio delle famiglie ed un sistema automatico dell’indice di contingenza  di adeguamento dei salari al caro vita , determinato dall’accordo Agnelli (Confindustria), Lama (Sindacato) del 1975, fecero la loro parte nello squilibrio del sistema economico. La lira dunque era in grande sofferenza. E si prese la decisione  di entrare nello Sme per evitare danni ancora maggiori. Come altro lato  della medaglia, dei fattori influenti sulla finanza, il provvedimento di Andreatta determinò un incremento del tasso ufficiale di sconto e di conseguenza del debito dello Stato. Infatti: dalla tabella della succesione dei vari Governi della Repubblica di quel periodo emerge l’incremento del debito procapite dopo l’adesione all’Euro . Quindi, riepilogando,  fino al 1981 il Tesoro aveva la possibilità di finanziare la propria spesa utilizzando (oltre alla vendita di titoli presso privati) denaro fresco, creato dal nulla dalla Banca d’Italia tramite l’acquisto “fittizio” di titoli emessi dal Tesoro; questo denaro veniva immesso all’interno del settore privato (famiglie e aziende) all’atto della spesa pubblica. In pratica, a livello operativo, la Banca d’Italia “consentiva” semplicemente al Tesoro di monetizzare il proprio disavanzo. Capite bene che, in un contesto di questo tipo, il potere monetario non era affatto indipendente e sovraordinato agli poteri altri; al contrario, il suo controllo era ben saldo nelle mani del Tesoro, che a sua volta rispondeva al governo, al parlamento e al controllo della magistratura. “ In altre parole, il suo esercizio avveniva, nonostante tutti i limiti che potesse avere (la corruzione, la casta, i favori al cugino, le ostriche e lo champagne), all’interno del circuito democratico”.[1] La politica economico- finanziaria veniva dunque messa di fronte alle responsabilità dei suoi protagonisti, nelle loro sfere di responsabilità nella formazione e crescita del PIL : le imprese e il sindacato per la produttività di capitali investiti e di lavoro organizzato; la competizione nei mercati; il governo, quale espressione della volontà politica della Nazione, di riformare l’apparato della burocrazia  e l’ammodernamento delle infrastrutture nel’obiettivo di efficienza ed efficacia della gestione della fiscalità e della spesa; l’opinione pubblica con la drastica riduzione del tasso di inflazione.  Gli interessi che man mano maturavano sul debito era la merce di scambio per evitare la progressiva svalutazione della Lira . Infatti: dalla tabella della succesione dei vari Governi della Repubblica di quel periodo emerge l’incremento del debito procapite dopo l’adesione all’Euro e dalla tabella:  Andamento della spesa pubblica in Italia ( in % del PIL ) e sua ripartizione fra spese in conto gestione, in conto capitale ed interessi Fonte: Commissione Europea, banca dati AMECO, si rileva  come non si riuscì a governare la spesa creando ricchezza in c/ capitale, anziché disperdere le risorse del prelievo fiscale nella spesa corrente dei centri di spesa centrale e periferica.

Tuttavia anche il Pil pro capite crebbe seppure a ritmi inferiori al debito. Vedi tabella dell’andamento del debito pubblico e del PIL negli ultimi 10 anni.  Per cui lo scenario che si è venuto a determinare è stato quello di un rapporto debito/PIL in incremento soprattutto nel decennio 1882/1992 che i tuoi esperti, caro Vittorio, rilevano. Tuttavia a fronte di un tasso di inflazione  non superiore al 2%, è valsa la pena salvaguardare il livello dei redditi degli italiani, da una continua svalutazione della moneta nazionale, la Lira. La quale, a detta dei tuoi esperti, era la condizione per far competere le nostre merci ed il nostro sistema produttivo nei mercati. Cosa che invece ha ottenuto la Germania il cui Marco, con il passaggio all’Euro si è scrollato dal groppone le continue rivalutazioni , della lira, ad esempio, che poteva così competere con successo non sulla base di un rapporto ottimale “prezzo nominale delle merci” , “qualità di prodotto” e di “servizio”, ma sui “tirms of trade”, acquistando le materie prime in dollari, svalutati rispetto alla Lira, e rivenderne il prodotto finito sul mercato del Marco a prezzi fortemente rivalutati. Questa, caro Vittorio, è la storia della cosiddetta “svalutazione competitiva” che ci aveva fatto conquistare posizioni di preminenza sui mercati; e che aveva reso il popolo teutonico un po’ incattivito nei nostri confronti e che ha accelerato l’adozione dell’Euro come moneta unica. Gli esperti economici di “Libero” proseguono la loro disamina, facendo ulteriori confronti dei nostri fondamentali  prima e dopo l’adozione dell‘Euro, anche con gli altri partner europei. Essi , a loro dire, sono sempre negativi ,a causa dell’Euro e del suo abbrivio nella nostra economia. Eppure se osserviamo il grafico dell’andamento della  Produzione Industriale in Italia e nella zona Euro a 19 membri,  emerge chiaramente come essa sia stata sempre inferiore al resto dell’UE , indipendentemente dall’Euro. Mentre la crisi del 2008 ha portato il nostro gap verso il resto d’Europa ben oltre quello “ante crisi 2008” . La conferma di ciò la possiamo rilevare dal grafico degli Investimenti in % del PIL, nella divaricazione  gap Italia verso UE.  Ciò a significare che la nostra cattiva performance, di questi ultimi due decenni si deve soprattutto alla crisi del sistema industriale il quale, senza la svalutazione competitiva non ha mostrato il dinamismo di un tempo.  E pur tuttavia, da tutti questi paralleli emerge sempre che, data l’evoluzione della globalizzazione con l’ingresso nella competizione di nuove potenze industriali come la Cina, l’India, Il Brasile la nostra posizione, pur incrementando il volume dell’export ogni anno, tuttavia, essendo la torta notevolmente ampliata, anche la nostra aliquota ne ha subito le conseguenze, passando dal 4,8% del 1995 al 2,9% del 2018.

Infine, di fronte a crisi economiche congiunturali come “Lehmen Brothers” e i “Mutui sub prime” le nazioni europee hanno reagito con modalità e conseguenze diverse, secondo la loro stabilità politica e finanziaria, soprattutto bancaria. Ed è stata una fortuna per l’Italia essere sotto la protezione dell’Euro; altrimenti il default, con la Lira svalutata e “svalutabile” alla mercé della speculazione internazionale,  era cosa fatta. Occorre altresì rilevare che le scelte economiche sono sempre figlie di una strategia politica. Se prima del “divorzio Tesoro/ Banca d’Italia” il governo dell’economia era subordinato alla  crescita inflattiva, sovranista ,senza controlli esterni, da quel momento in poi il processo di integrazione europea, a fronte di una globalizzazione sempre più accentuata dell’economia e della finanza mondiale, segnò il nostro destino, verso un deficit di bilancio ed un progressivo indebitamento che il trattato di Maastricht poneva come limite strategico al 60% del PIL  e che l’Italia, per perseguire una progressiva riduzione aveva due scelte: la spending review  e/o l’incremento del PIL. Finora siamo riusciti, con un colpo al cerchio e uno alla botte,  perseguire la strategia del bottaio, come emerge dal grafico Rapporto debito/pil in Italia . E pur tuttavia nella tabella della comparazione dell’evoluzione del  reddito procapite dell’Italia rispetto agli altri paesi europei esso è sempre stato superiore fino al 2011; poi  la crisi economica mondiale  e la sua ripercussione sulla ricchezza nazionale è stata più forte in Italia che negli altri partner EU.  E vengo, caro Vittorio, ai 7 punti delle tavole sinottiche di tuoi amici esperti economici :

 

  • Gli italiani in povertà assoluta sono aumentati del 67%; quelli di povertà relativa del 20%.

Ebbene il fenomeno della povertà non si deve imputare all’Euro ma alla stratificazione squilibrata della ricchezza fra regioni affluenti (nord) e regioni del terzo mondo del Mezzogiorno. Ovvero si tratta di fare un profondo “mea culpa” e chiedersi perché le linee di credito UE verso il Mezzogiorno realizzino, più che nuove opere, residui passivi, ovvero risorse disponibili e non impiegate. Tutto ciò si evince dalla lettura del grafico: Incidenza della povertù assoluta in Italia per aree geografiche.

                       

2,3) Il Pil pro capite, seppure con qualche oscillazione negativa nella crisi del 2008 è rimasto costante.   Tuttavia  con una divaricazione negativa  rispetto a quello tedesco di almeno 30 punti .

“La Germania, con il suo modello di sviluppo, è qualcosa di irripetibile. Non solo in Europa ma in tutto il Pianeta. Per avere un’idea, il surplus della Cina – che Donald Trump sta colpendo duramente con i dazi sull’acciaio e sull’alluminio – sarà pari, nel 2018, a circa 80 miliardi di dollari. Quello tedesco è invece stimato, per lo stesso anno, in circa 320 miliardi. Quattro volte tanto. Scaduta la tregua – il mese di maggio – sarà quindi dura per l’Europa negare questa evidenza e respingere le provocazioni del Presidente americano. L’Italia si muove sulla stessa scia, seppure con una velocità ben più modesta: appena del 20 per cento. Ma sono i suoi drammatici problemi sociali, con i loro riflessi di carattere politico, a richiedere una riflessione ben più seria sulle cose da fare”[2].

 

 

 

 

  • Il Reddito Pro Capite che nel 1996 era pari a +3 punti percentuali a quello medio dell’Eurozona a 12 membri, oggi è invece pari a – 15 punti con l’Eurozona a 28 membri. (vedi grafico di pag. 5).

Ai punti 5,6,7,8 o già risposto nelle pagine precedenti.

 

CONCLUSIONI

Caro Vittorio, mi rendo conto che il discorso sia stato lungo, articolato e complesso. Ma ho ritenuto mio dovere ribadire al Commissario Inquisitore dell’ Euro (€) che fa capo alla redazione di Libero  e rintuzzare punto per punto i suoi capi di accusa che si rivelano pretestuosi e inconsistenti. La morale si riconduce al discorso di un semplice confronto fra la situazione pre fallimentare dell’Italia e soprattutto della sua moneta , quando nel 1975  raggiunse il tasso di inflazione mai registrato prima: 25%.Oggi siamo neppure al 2%, allineati agli altri partner europei. Ma non riusciamo a recuperare il gap di un coacervo di  fattori di successo per competere con i partner più industrializzati  dell’Europa : produttività del sistema Italia, sia privato (ottimizzazione della quantità di prodotti e/o servizi  per unità di tempo e di ULA (Unità  lavorative  annue) che pubblico (ottimizzazione del rapporto costi/benefici sia della spesa corrente che di quella in conto capitale) ; rendere efficiente ed efficace la burocrazia dei tre poteri dello stato, legislativo, esecutivo e giudiziario, per il raggiungimento di una comunità statuale operosa e coesa degli  obiettivi del bilancio dello Stato a medio termine ovvero  l’incremento del Pil secondo tassi di crescita più che proporzionali  rispetto alle riduzioni delle spese improduttive dell’apparato dello Stato. Solo a queste condizioni  di sviluppo non condizionato dalla svalutazioni competitive della moneta potremo incremenentare il numero di occupati così da raggiungere almeno al media UE.

 

 

 

 

Perugia, 7 gennaio 2019

Rino Fruttini

 

 

 

 

 

[1] https://memmttoscana.wordpress.com/2013/09/15/come-si-finanziava-litalia-prima-del-divorzio-fra-tesoro-e-banca-ditalia-parte-5/

[2] Vi spiego analogie e differenze economiche fra Italia e Germania  di Gianfranco Polillo ; Grafici da Scenarieconomici.it

 

I nostri eroi potrebbero riuscire ad aver formulato una coalizione di governo e di lotta e di opposizione

 

Da: Rino Fruttini [mailto:rino.fruttini@gmail.com]
Inviato: giovedì 27 dicembre 2018 20:44
A: ‘direzione@liberoquotidiano.it’
Oggetto: I nostri eroi potrebbero riuscire ad aver formulato una coalizione di governo e di lotta e di opposizione

Caro Vittorio,

finalmente hai preso una posizione a 360° su questo governo delle due anime ; anche contro quella salviniana. La finanziaria, ormai in corso di promulgazione del Presidente Mattarella,  ha colpito anche l’editoria, avendo ridotto e gradualmente eliminato nei prossimi anni  il contributo dello Stato a sostegno  della cultura, dell’informazione e della democrazia. Ci voleva questa misura che intacca il portafoglio  della tua categoria, per farti capire di che pasta fosse il tuo amico Matteo Salvini. Il quale, nonostante tutto, anche oggi  il caro Renato Farina , con un titolo a tutta pagina “Coraggio Salvini, Reagisci”, lo pone alla vista dell’opinione pubblica come una vittima sacrificale, per pagare pegno alle pretese dei “grillini”. Non è facile fare un bilancio sullo stato di avanzamento del contratto di governo in pesi e contrappesi fra le esigenze elettorali dei due contraenti. Ma una cosa è certa: il segnale compulsivo alla libertà di stampa e di opinione c’è tutto; e di contro , la compiacenza de“Il Fatto Quotidiano”che, seppure con un tiratura metà di quella di Libero,  di non ricevere contributi alla sua sopravvivenza se ne fa un vanto. Mi dispiace che il tuo cavallo di razza, per il quale hai  tifato, nonostante il suo tradimento con un ronzino dell’hinterland   napoletano di Pomigliano d’Arco, non faccia più solo gli interessi del nord est nazionale. La sua ambizione va ben  oltre la Padania,  travalica la linea gotica del centro nord , e volge decisamente verso sud, lasciandosi alle spalle “Roma ladrona”. Per cui, caro Vittorio, il bacino elettorale del nostro è ormai proteso nell’ambito dei confini della Patria del tricolore; proprio quel tricolore che fece esclamare all’Umberto Padano, contro un contestatore della bandiera del Carroccio, che proponeva il tricolore come alternativa: “ Lei se lo metta nel cesso”. Sempre in “Libero” di oggi deleghi alla Paola Tommasi  la questione della manovra , ovvero di quello che sarà il bilancio nazionale del prossimo anno. La Paola è drastica. Per lei questo “papocchio” del contratto del “salvimaio” è tutto sbagliato . Ma si; dal momento che non c’è “flat tax per tutti” , ma semplicemente, sulla linea Salvini, solo un accenno alla revisione della Legge Fornero, con  il magico numerico del 100 (62 di età; 38 di anzianità di servizio), cade l’impalcatura sulla quale poggiava l’intesa notarile della politica dei due forni: quello delle” regalie fancazziste” e quello  delle “economie fiscaliste”. E la Paola fa una previsione, o meglio un auspicio: che costoro che ci governano non riescano a superare lo scoglio dell’esercizio provvisorio;  ma che anzi ci si incaglino bellamente, così, caduto il governo degli inciuci, Mattarella sia costretto a nominare Cottarelli  quale garante verso al UE  di una politica che tenga conto dei vincoli di bilancio che sono propri di un ben altro contratto, che non quello del “salvimaio” , ma di quel contratto serio che venne stipulato a Maastricth nel  1992. Caro Vittorio, nel mio libro “Caro Vittorio ti scrivo” più di una volta ti ho consigliato di non fidarti dei tuoi collaboratori  “italexit” e tanto meno degli economisti leghisti della politica sovranista di una moneta nazionale, che poco filo avrebbe avuto da tessere, nonostante le svalutazioni competitive della moneta sovrana . E soprattutto di non fidarti di quel Salvini che avrebbe fatto un patto col diavolo pur di andare al governo lui solo, senza pesi e contrappesi dell’establishment  padano, orma decotto.

Ora siamo in stand by. E ti consiglio di non prendere alcuna posizione in materia di linea politica. Tanto più che finalmente sei tornato nelle mie posizioni, estremamente critiche verso questo contratto grillo-leghista degli equivoci . Salvo che qualcuno dimostri che , ad evitare manifestazioni di una borghesia proletaria come in Francia o in Ungheria o , a diffondersi a macchia d’olio, in altri paesi europei, in Italia è bene che prenda piede, per la sua pace sociale,  questa nuova formula del nuovo  compromesso storico dove Moro è Di Maio e Salvini è Berlinguer; o viceversa. Tanto ormai i distinguo ideologici non hanno più senso. A tal punto che i nostri eroi potrebbero  riuscire ad aver formulato una coalizione di   governo e di lotta e di opposizione. Qualcun’altro ci riuscì. E fu la Rivoluzione Fascista,  organizzata da Sua eccellenza Mussolini  con il beneplacito di Sua Maestà il re d’Italia Vittorio Emanuele III.

E con ciò concludo e ti auguro un felice anno nuovo

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RINO FRUTTINI

 

Un’ altra email a Vittorio Feltri sull’Italexit

Caro Vittorio,

solo ora riesco a leggere il tuo fondo di ieri (4 dicembre) sullo spread, nel confronto con la dotta lezione di finanza degli economisti Becchi -Zibordi.  Una prima osservazione. Ancora una volta te la prendi con Prodi che ci costrinse ad entrare nell’euro. Non sto a ripercorrere quel periodo. Tu lo conosci meglio di me.  Ebbene, non capisco la tua ostinazione da Italexit , quando ormai la nostra storia economica dimostra  che fu l’unica soluzione possibile, sia strutturale, che congiunturale. Strutturale perché una moneta, a valenza ed estensione geopolitica  europea  e competizione mondiale, ci preserva da fenomeni  svalutativi e conseguentemente inflattivi. E ciò è stato ampiamente confermato in questi due ultimi decenni. Congiunturale perché con  il Governo Prodi l’indebitamento fu il più contenuto di tutti i governi che seguirono (109 mln al giorno, con Renzi 119 mln, con Amato al massimo: 342 mln) . La tabella che segue dà un ulteriore conferma del  comportamento di “buon padre di famiglia”  di Prodi con il suo governo.

Vengo poi alle dotte dissertazioni, tutte accademiche , dei due economisti su come fare sponda , dei nostri BTP verso i Bund tedeschi  al fine del calcolo dei famosi punti percentuali dello Spread. Ebbene, se il confronto viene fatto , secondo un parametro virtuale voluto dagli operatori di mercati finanziari, quale un termometro per misurare lo stato di salute degli stati membri della UE, esso va accettato come tale; è una convenzione. Che ci piaccia o no; e lì rimane come una cartina di tornasole, senza che le dotte disquisizioni la possano smontare. Piuttosto sarebbe e , soprattutto, era, necessario che il tuo pupillo Salvini non parli, e che cominci a non parlare, a sproposito. E che finalmente ci dica che cosa vuol fare da grande: ministro degli interni e grande inquisitore di immigrazione e sbarchi clandestini, o ministro degli affari europei, per scardinare il patto di Maastricht ed i suoi beneficiari, o ministro dell’economia per dimostrare che la smobilitazione della legge Fornero sulle pensioni  porterà una ripresa dell’occupazione; tre giovani assunti ogni prepensionamento effettuato.

Caro Vittorio, la verità è che , sia tu che i due esimi economisti, dopo premesse di politica economica discutibili, siete venuti nei vostri articoli di ieri  ad una visione giusta e reale di prospettiva. Ovvero: il nostro debito megagalattico è frutto di arricchimenti patrimoniali e finanziari della nostra borghesia , oggi improduttiva e fancazzista che non solo non sa “fare impresa”, ma non  sa neppure “figliare” onde evitare la crisi demografica. C’è una crisi di valori  aggravata dalla disaffezione verso qualsiasi entità istituzionale, una volta affidabile, come la Chiesa, per i credenti, e lo Stato per i laici, che si è convertita in  punte di consenso elettorale  verso partiti e movimenti che hanno fatto strada sull’egida del nichilismo e della protesta, fine a se stessa: la Lega e il M5S. La cronaca giornaliera delle vicende di questo governo degli inciuci ne è ampia riprova.Ed allora mi auguro, parafrasando la famosa frase di De Filippo : “Ha da passà a nuttata” , che tale stato di anoressia della Politica abbia fine al più presto.In tale spirito di civici auspici,  auguro a te e tutta la redazione i miei migliori auguri di “Buon Natale”

 

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RINO FRUTTINI

Ed allora è inevitabile che la recessione bussi alla porta o per usare un altro aforisma, sia dietro l’angolo.

CARO VITTORIO TI SCRIVO

Caro Vittorio,
da tempo dalla mia postazione nei social , cerco di spiegare agli amici che l’investimento , di per se non è la panacea di tutte le ricette per la crescita. Ad esempio: se lo Stato, come spesso accaduto, soprattutto nel Mezzogiorno, cofinanzia a fondo perduto un capannone per produrre biscotti , e se poi, nonostante le linee impiantistiche installate, l’imprenditore non solo non è in grado di produrli ma neppure di venderli, allora l’investimento è inutile. Ed ecco introdotta la funzione dell’architetto e dell’ingegnere nella progettazione estetico-funzionale ed esecuzione ingegneristica dei rispettivi ruoli; che tu hai significato molto bene nel tuo editoriale (V.F.) di oggi . Tuttavia mi permetto di ricordare che se a fronte di un progetto architettonico ed ingegneristico esecutivo di un immobile, di qualunque destinazione d’uso esso sia, non c’è, chiara , la sua implementazione, funzionale alla ottimizzazione della sua fruizione , sforzi di progettazione e realizzazione edilizia sarebbero stati vani. Anzi, oltre misura dannosi. Infatti per il principio dell’analisi del valore, ogni investimento va commisurato ad una opzione alternativa alla destinazione intrapresa. Avremmo sottratto risorse ad una sorta di “ piano B”, probabilmente di migliore fattibilità.
Ed ecco spiegato, in poche parole il perché il nostro patrimonio immobiliare, pubblico e privato è ben tre volte il valore del PIL. Siamo un popolo, oltre che “..di santi, poeti e navigatori, o meglio: popolo di eroi, di santi, di poeti, di artisti, di navigatori, di colonizzatori, di trasmigratori”, anche di “miopi investitori”. Per noi il mattone è, nel contempo, causa ed effetto di ogni piano; esso viene prima di ogni altra esigenza, non solo familiare, ma anche di intrapresa nell’economia. Per cui emerge che potremmo anche mettere sul mercato beni immobili dello Stato per un valore , non si sa bene su quali parametri formulato, di €. 18 miliardi. Ma, mi domando chi possa essere interessato a utilizzarli, se non a puro scopo speculativo: il risparmio è pur sempre il doppio del PIL e propende alla speculazione edilizia. E così , venire incontro alle esigenze di questo “governo degli inciuci” che cerca di far cassa, per replicare alla procedura di infrazione della Commissione Europea sui parametri di Maastricht , è come una partita di giro; solo moneta che circola; ma non produce ricchezza. Ed allora è inevitabile che la recessione bussi alla porta; o per usare un altro aforisma: sia dietro l’angolo.
Un caro saluto dal tuo
Rino Fruttini

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Vittorio Feltri: Rino Fruttini mi scrive e io gli rispondo

Vittorio Feltri: Rino Fruttini mi scrive e io gli rispondo

8 Novembre 2018

Vittorio Feltri: Rino Fruttini mi scrive e io gli rispondo

È uscito un libro, ne escono tanti. Ma questo dal mio punto di vista non può essere trascurato. Ecco il titolo: “Caro Vittorio, ti scrivo…”. Editore Albatros. Il testo è rivolto alla mia trascurabile persona, che fra i molti difetti, ha anche quello di dirigere da anni numerosi quotidiani. L’autore, Rino Fruttini, ha compilato quasi 400 pagine nelle quali a tratti mi elogia per ciò che ho fatto nel mestiere di giornalista, e a tratti mi critica, sarebbe meglio dire sfotte. È lo stesso. Io non mi offendo facilmente, accetto tutto tranne gli insulti.

Ciò che mi sorprende è che costui si sia preso la briga di sprecare tanto inchiostro per dichiarare che nel lavoro alterno momenti di lucidità a momenti in cui non capisco un tubo. Lo sapevo già da me. Non c’ era bisogno di un tomo redatto con cura per comunicarmelo, bastava una cartolina, invece mi è toccato leggere un sermone interminabile e a volte – egli mi perdoni – noioso perché troppo cattedratico e professorale. Dalle mie parti si esclama ridendo che l’ ora del coglione piglia chiunque. Ovvio che spesso abbia preso pure me e che, pertanto, abbia dato alle stampe qualche fesseria. Cosa che è accaduta, nella stesura del suo volume, all’ amico Fruttini, benché questi non sia sprovveduto.

Non sempre chi verga un articolo o si impegna a stendere un libro è assistito dall’ ispirazione e dall’ intelligenza. Probabilmente ho commesso tanti errori di cui, qualora ne abbia avuto contezza, mi sono pentito. D’ altronde nel campo delle opinioni non vi sono mai certezze assolute. Le nostre riflessioni dipendono non solo dagli studi e dalle osservazioni della realtà, ma anche dell’ umore e perfino dal malumore. Siamo uomini e non Dio.

Tante idee – Per quel che mi riguarda posso affermare di essere spesso pieno di idee, però sovente non le condivido.
Eppure una volta messe nero su bianco talora si ritorcono contro di me, avendole firmate e divulgate quali prodotti del mio pensiero, diventano capi d’ accusa verso il sottoscritto, anzi, soprascritto. Questo assunto in ogni caso non vale soltanto per me, ma altresì per Fruttini che mi fa le pulci e in alcune circostanze mi ha strapazzato a torto. Nel senso che anche egli non ha sempre ragione come il Duce e gli capita di esprimere sciocchezze. Ne cito una esemplificativa e piuttosto grave.

Accusa una nostra redattrice di dedicarsi ad argomenti che non le competono (politica europea) la quale costui considera indegna di tali argomenti, scambiandola per esperta di cuori infranti, quando si tratta di una signora laureata in scienze politiche e specializzata in relazioni internazionali. Nulla di grave, tuttavia ciò dimostra quanto sia facile, quasi fatale, pestare una cacca spacciandola per una torta farcita di buon senso.

I ringraziamenti – Comunque prendiamo per eccellente, ossia un contributo culturale importante, immagino faticato, il libro di cui discettiamo. Cosicché ringraziamo Fruttini di averci riservato tanta attenzione nel corso degli anni. Non ho la presunzione di aver illuminato con la mia prosa colloquiale la cronaca del Paese disastrato, spero soltanto di essere stato coerente nel narrare e nell’ interpretare, non conformisticamente, quanto si è sciorinato dinanzi ai nostri occhi in questa epoca tribolata, eppure non peggiore delle precedenti. I miei fogli non hanno la pretesa di assurgere a livello dei vangeli, si accontentano di essere lo specchio della vita.

di Vittorio Feltri

 

VITTORIO FELTRI: PISTOLA AL PEPERONCINO PER EVITARE LE AGGRESSIONI

 

Oggi Vittorio Feltri, il mio amico con il quale ho avuto modo di un stretto rapporto di e-mail come dal mio libro “Caro Vittorio ti scrivo”, lancia la promozione provocatoria, nel suo giornale “Libero” : una pistola al peperoncino da vendersi a partire da sabato 20 ottobre , nelle edicole insieme al giornale, al prezzo esclusivo di €. 43,50, anziché €. 59. Lo strumento di difesa è legittimo, commerciabile e per la verità non molto diffuso, se non fra le dame dell’alta borghesia che fanno tardi la notte, quando escono dalla discoteca. Ma potrebbe avere una ragione d’essere nelle case un po’ isolate di anziani , molto spesso soggetti a rapine, come deterrente verso male intenzionati. L’amico Feltri è uso inventarsi promozioni eclatanti e originali, come la sottoscrizione del “salviamo il soldato Ryan” ovvero Matteo Salvini dal rinvio a giudizio per “sequestro di persona” dei migranti nella motovedetta della Marina Italiana Diciotti. Tuttavia mi viene un dubbio sulla strategia dell’amico Vittorio. Ma non era egli molto favorevole alle intraprese del ministro dell’interno Salvini, in materia di sicurezza. Ed ora, con questo esperimento di “self made security” non ne mette in forse la credibilità? Cari amici, siccome il mio amico Vittorio ha un fiuto incredibile per gli imprevedibili sviluppi dello scenario prossimo venturo della politica, mi punge vaghezza che il “count down” di questo governo stia per iniziare. Staremo a vedere.

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