ANALISI SWOT LIRA/EURO

ANALISI SWOT NEL CONFRONTO LIRA/EURO (anno di elaborazione 2016)
PUNTI DI FORZA EURO/LIRA PUNTI DI DEBOLEZZA EURO/LIRA VANTAGGI: SEGNO +

SVANTAGGI: SEGNO –

PARITÀ: SEGNO =

Moneta unica e stabile in un mercato continentale. Non esiste più la svalutazione competitiva Lira/altre monete di scambio per i “tirms of trade”. L’export si regge per la qualità e produttività delle imprese.

 

 

 

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Moneta unica in un sistema economico-finanziario di omologazione dei fondamentali dell’economia (PIL, sistema fiscale, occupazione) in funzione della competizione, secondo il parametro della produttività dei processi di trasformazione economica. È stato alto il livello di cambio euro/lira di 1.936,27 con effetti inflazionistici, anche se non è facile indicarne uno più vantaggioso. Ad esempio: verso le 1.500 lire si sarebbe però determinata una fortissima rivalutazione della lira (che nella conversione teorica con il marco sarebbe scesa a 750 lire per 1 marco, dalle 990,5 del periodo immediatamente precedente il change over) rendendo carissime le nostre merci sui mercati europei e internazionali. Agli italiani, inoltre, sarebbero stati consegnati molti più euro in cambio delle lire, il che avrebbe reso a buon mercato per noi le merci tedesche, francesi, spagnole, etc. con grave danno per la nostra economia. È vero, però, che un cambio euro/lira a 1.500 avrebbe contribuito a combattere l’ inflazione interna. Se, invece, il governo avesse stabilito un cambio superiore a 1936,27 (per esempio 2500 lire) la competitività delle merci italiane all’estero sarebbe aumentata notevolmente, ma gli acquisti di merce estera, costando di più, avrebbero spinto i prezzi verso l’alto. Come si vede, quindi, discostandosi da 1.936,27, da una parte, miglioravano le ragioni di scambio , ma peggiorava la competitività, dall’altra, peggioravano le ragioni di scambio, ma migliorava la competitività.  

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Bassa inflazione a regime. 1) La presenza di due “shock asimmetrici” su larga scala e giganteschi: la riunificazione delle Germanie (l’Ovest produttivo e l’Est improduttivo) e il collasso dell’URSS, con il crollo delle esportazioni e importazioni. Nell’ultimo caso, ne soffrì duramente la Finlandia. Ma la Finlandia ne avrebbe sofferto molto più duramente “se non avesse potuto svalutare la sua moneta”, ossia se avesse avuto sul collo il rigido peso dell’euro.

2) L’alta mobilità dei fattori di produzione. Quando lo “shock“ colpisce un Paese europeo più di altri (“asimmetricamente”), nell’impossibilità di compensare la crisi con i tassi di cambio (svalutazione della propria divisa), a dover diventare flessibili sono “il lavoro” (che dovrebbe emigrare nelle zone più produttive), il capitale e i prodotti. Le barriere linguistiche hanno impedito questa “soluzione”.

3) L’unione politica. Essendo la moneta un’espressione della sovranità nazionale, il successo dell’euro,diceva Mundell, dipenderà in ultima analisi dalla capacità dell’Europa di diventare una vera unità politica. In quegli stessi anni, Padoa-Schioppa diceva di peggio: proprio il susseguirsi di “shock asimmetrici” (che lui auspicava come effetto della moneta unica) avrebbero obbligato gli Stati membri a cedere l’intera sovranità residua all’eurocrazia, per salvarsi dal disastro (desiderato dal Padoa-Schioppa come forza unificatrice).

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Basso costo del denaro

 

Per esempio la divaricazione d’inflazione e crescita tra paesi “forti” e “deboli” non sono diventate così grandi come ci si aspettava sotto un tasso d’interesse eguale per tutti.

Tuttavia questo divario si sta ampliando, e la natura del divario stesso è stata modificata dall’euro, a causa del tasso d’interesse unico, che è “troppo basso” per alcuni paesi (dove denaro a basso costo surriscalda l’economia) e troppo alto per altri, dove il costo del denaro eccessivo raffredda l’economia.

 

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L’Euro :

a)                  ha contribuito ad eliminare la marginalizzazione dell’Italia dalle grandi correnti degli scambi finanziari e di investimento internazionali.

La “taglia unica” e obbligatoria imposta dall’euro si traduce, per l’Italia, in un tasso reale rovinosamente aumentato (il costo del denaro da noi si è apprezzato del 20 %), il che spiega le nostre recessioni senza uscita.

 

 

 

 

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b)                 ha consentito all’Italia di pagare meno per le materie prime e i prodotti energetici acquistati all’estero (si pensi agli effetti sull’economia italiana del petrolio a 60 dollari il barile se non ci fosse l’euro). Dall’entrata dell’euro, la Germania ha visto crescere le sue esportazioni del 55%, l’intera UE del 35 % e l’Italia solo dell’8 %.  

 

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c)                  senza dogane, IVA da pagare direttamente al paese d’origine degli acquisti, sistema bancario europeo che tramite IBAN consente di effettuare un bonifico all’estero in tempo reale con costi identici a quelli effettuati in Italia.

 

Germania e Italia dovrebbero ridurre parecchio l’imposizione fiscale, per dare fiato ai consumi interni; invece, poiché la crescita bassa ha accresciuto il deficit pubblico, Italia e Germania sono premute più di altri paesi – dalla Banca Centrale europea – alla “austerità fiscale”.
Ossia, l’UE ci obbliga a prendere le misure contrarie a quelle necessarie, e proprio quelle che rendono cronico il nostro declino.

 

 

 

 

 

 

 

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Per il piccolo imprenditore dinamico, che può basare il suo business sull’export, anche tramite internet, è come se di colpo il suo bacino di clienti si fosse allargato all’intera comunità europea aderente all’euro! Non è poco, purtroppo in molti casi la nostra economia langue perché i nostri imprenditori sono ciechi di fronte ad un cambiamento globale che nell’ultimo decennio ha stravolto il commercio mondiale e che meriterebbe un’analisi approfondita della situazione e degli scenari a venire. E la severità fiscale che ci impone l’eurocrazia non ci serve nemmeno ad avvicinarci ai criteri di Maastricht: quando un’economia è debole ed esangue come la nostra, è inevitabile che il debito pubblico cresca.

 

L’Italia è, secondo la HSBC, (HSBC Holdings plc è uno dei più grandi gruppi bancari del mondo) il grande perdente: anche perché le sue produzioni (tessili, manufatturiere) sono le più esposte alla competizione cinese.

 

 

 

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